Archivio mensile:febbraio 2013

LA VERGINE DELLE ROCCE

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La vergine delle Rocce rappresenta un punto di svolta nella carriera di Leonardo, consacrandolo definitivamente come il più importante pittore del panorama artistico milanese. A commissionare il dipinto è la confraternita dell’Immacolata Concezione, un gruppo francescano secolare che prende il nome dalla teoria seconda la quale Maria sia nata senza peccato originale. Firmato nel 1483, il contratto prevedeva che il dipinto di Leonardo formasse parte di un polittico per la chiesa di San Francesco Grande a Milano. Inoltre la confraternita affidò a due colleghi del maestro toscano, Ambrogio ed Evangelista De Predis l’esecuzione di due tavole laterali raffiguranti angeli musicanti.

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A lungo il legame tra questo dipinto e una seconda versione dello stesso soggetto, oggi alla National Gallery di Londra, è stato avvolto nel mistero. Documenti legali dimostrano che Leonardo e i suoi colleghi non consegnarono mai le tavole originali alla confraternita. Tra i committenti e gli artisti si era venuta a creare una controversia originata dalla richiesta di altri soldi da parte dei pittori. Secondo quanto argomentato da questi, la bellezza del dipinto era tale da spingere un’altra persona ad offrire 400 lire per l’opera, ben più di quanto stipulato nel contratto. E’ possibile dunque che Leonardo abbia venduto il dipinto a questo acquirente (identificato con Ludovico Sforza o con Luigi XII di Francia) e che poi, con l’aiuto di Ambrogio, abbia eseguito un’altra versione del soggetto per la confraternita, questo secondo dipinto verrà portato a termine non più tardi del 1508.

L’immagine della Vergine e del Bambino si discosta radicalmente dalla tradizione sia nei dettagli iconografici,sia nella combinazione di figure sia nell’ambientazione.

Mancano le aureole e l’angelo non ha le ali, assenze che suggeriscono la volontà da parte di Leonardo di esprimere il carattere sacro ANGELOdelle figure attraverso nuove vie. Inginocchiata per terra Maria sporge la mano verso Gesù, qui retto da un elegante angelo, da alcuni identificato come l’arcangelo Gabriele. Il movimento disegnato dalle braccia della Madonna serve a collegare le figure di Giovanni e di Gesù e quindi a sottolineare i loro ruoli paralleli. Mentre la mano di Maria è sospesa sulla testa del Figlio, il dito puntato dell’angelo, gesto echeggiato dal bambino benedicente, riporta l’attenzione su Giovanni.

Il deserto dove Giovanni e Gesù si incontrano è immaginato da Leonardo come una nebbiosa grotta in mezzo ad una natura selvaggia, dominata da formazioni rocciose frastagliate e dalla vegetazione rigogliosa.

Le aperture della grotta sono bloccate da vere e proprie colonne di roccia modellate dall’erosione. Come i giardini recintati dell’arte medievale, questa inesplorata cavità potrebbe essere una metafora della verginità di Maria. Le piante, riprodotte con precisione sia sotto il profilo morfologico che su quello stagionale, comprendono l’erba di san Giovanni, il gelsomino e l’acanto, simboli rispettivamente di martirio, resurrezione e vittoria.

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L’ULTIMA CENA

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Il dipinto dell’Ultima Cena fu subito considerato dai contemporanei l’opera più famosa di Leonardo malgrado il suo rapido degrado. A determinare il quasi immediato deterioramento dell’opera è stata l’umidità, penetrata negli strati in una fase precoce della lavorazione.

 

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L’Ultima Cena (Cenacolo), Leonardo da Vinci, 1494-1498

Dan Brown ritiene di vedere nel dipinto Il cenacolo di Leonardo la prova determinante del matrimonio tra Gesù e la Maddalena. L’interpretazione di quest’opera da parte dello scrittore è alla base di tutte le principali idee espresse nel suo romanzo: presenza criptata del femminino sacro nell’opera d’arte, matrimonio tra Gesù e la Maddalena, identificazione della Maddalena con il Santo Graal, teorizzazione di una discendenza di sangue reale derivata dall’unione tra Gesù e la Maddalena, il ruolo principale che sarebbe spettato alla donna in quanto sposa di Gesù.

È opportuno chiederci, prima di addentrarci nell’esame specifico della figura al fianco di Gesù nel dipinto, quanto Dan Brown conosca veramente a fondo l’arte di Leonardo. Per quanto lo scrittore americano abbia dichiarato di essere un profondo conoscitore dell’artista italiano e di aver condotto per anni rigorose ricerche, numerose sono le incongruenze ne Il Codice da Vinci riguardo a Leonardo.

Tornando alla figura posta alla destra di Gesù ne Il cenacolo, questa è stata spesso identificata nel passato con San Giovanni. Dan Brown fa dire ai suoi personaggi nel romanzo che si tratta di una figura femminile; questa figura sarebbe nel dipinto complementare a Gesù riguardo all’abbigliamento, ai colori e alla posizione, formando con lui una grande “M”.

 MARIA

Immediatamente Dan Brown giunge alla conclusione che la figura femminile è la Maddalena e che Leonardo ha voluto raffigurare esattamente il matrimonio tra lei e Gesù.

Recentemente il conduttore televisivo e scrittore Roberto Giacobbo ha voluto dimostrare che la figura posta a fianco di Gesù ne Il cenacolo di Leonardo non è la Maddalena . Secondo il presentatore, che ha espresso la sua tesi nel libro Il segreto di Leonardo[1], a fianco di Gesù in questo dipinto vi sarebbe sì una figura femminile, ma si tratterebbe non della Maddalena bensì di Maria, la madre d Gesù.

Leonardo ha spesso ritratto la Madonna nelle sue opere, e in queste ricorre frequentemente il volto giovane con la testa dolcemente reclinata come quello della figura dalle sembianze femminili ne Il cenacolo. Si considerino dipinti come La Vergine delle Rocce, L’adorazione dei Magi e Sant’Anna, La Vergine e il Bambino. In questi la somiglianza del volto della Madonna con quello della figura alla destra di Gesù del Cenacolo è notevole.

Giacobbo è giunto alle sue conclusioni effettuando un’analisi comparata di due foto particolari: la prima riguarda il volto della Madonna nel quadro La Vergine delle Rocce, la seconda mostra il viso della figura seduta alla destra di Gesù ne Il cenacolo. Grazie all’aiuto della computer-grafica lo studioso italiano ha poi sovrapposto le due foto giungendo a risultati davvero sorprendenti: tra i due volti sovrapposti c’è una coincidenza perfetta, punto per punto.[2]

L’abilità di Leonardo di esprimere anche i più piccoli particolari delle sue opere ci porta ad escludere che si tratti di una casualità. L’intenzionale coincidenza tra i due volti dimostra che la figura seduta affianco a Gesù nel Cenacolo sia proprio Maria, sua madre.

Giacobbo ha voluto dare a questa particolare espressione di Leonardo una spiegazione di carattere psicologico. Leonardo infatti, nato da un’unione fuori dal matrimonio, ha risentito della mancanza della figura materna durante il periodo dell’infanzia, fatto che lo avrebbe spinto a cercare una sorta di “compensazione” psicologica nelle sue opere ricorrendo a Maria, la madre universale, forse il soggetto da lui preferito e più raffigurato.

 


[1] R.Giacobbo, Il segreto di Leonardo, Rizzoli, Milano 2005, pp. 123-134

[2] Ivi, p. 131

LEONARDO DA VINCI: IL MAESTRO

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Vi sono personaggi che nella coscienza comune non vengono considerati semidei perché la nostra cultura non comprende questo concetto, ma in compenso vengono definiti geni, un termine equivoco, utilizzato per definire i protagonisti umani “che hanno fatto storia”. In tal modo, non diversamente da quanto avveniva nell’antichità, la storia si popola di leggende e di miti. Uno di questi miti è Leonardo da Vinci: “luce del Rinascimento” o anche “genio tra i geni”, come viene ancora definito oggi nelle moderne enciclopedie, anche se da molto tempo è cominciata un’analisi critica della sua opera che ha portato a ridimensionare certe sue qualità, e nel contempo a d evidenziarne altre.

Tra il XVII e il XVIII secolo Leonardo da Vinci è stato al centro di innumerevoli controversie riguardanti la sua produzione artistica, spesso confusa con opere di discepoli minori o imitatori. Poi, nel corso dell’Ottocento, quando ebbe inizio l’analisi dei suoi manoscritti, si consolidò il mito del “genio di Leonardo”.

Nel pittore di Vinci si vede l’uomo onnisciente, il severo indagatore di segreti naturali, il precursore della scienza moderna, il pittore sublime e raffinato che ambiva ad elevarsi alle più alte vette dello spirito. Da qui presero vita certe credenze che vedono Leonardo come il divulgatore di segreti tenuti nascosti al volgo per secoli, o anche il “Grande Maestro” del fantomatico “Priorato di Sion”.[1]

Film, romanzi e articoli hanno contribuito a rendere ancor più popolare la vita e l’arte del maestro toscano, pretendendo di rivelare e d’interpretare i misteri nascosti all’interno delle sue opere. In effetti l’opera di Leonardo offre numerosi simboli e segreti da svelare; i suoi dipinti, i minuziosi disegni e la sua carriera artistica appaiono oggi difficili da capire tanto quanto lo erano ai suoi tempi, quando era ritenuto dai contemporanei una figura geniale ed enigmatica.

Leonardo incarna perfettamente le nuove idee e l’atteggiamento che hanno caratterizzato la cultura del Rinascimento nel Quattrocento e nel primo Cinquecento in quanto architetto, scultore, scienziato, inventore ma soprattutto pittore.

Oggi Leonardo è considerato il simbolo più tangibile del Rinascimento, cioè di quell’epoca in cui comincia a dissolversi l’antica concezione del mondo e a farsi strada una visione meccanicistica della natura che portò allo sviluppo della scienza sperimentale.


[1] Ernesto Solari, Gli arcani occultati di Leonardo, Saval editore, Bologna 1990

LA LANCIA E IL CALICE

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Bayley ritiene che il glifo AV, significhi “Ave Millenium”. La lettera M che si trova all’interno del simbolo potrebbe anche indicare il nome di Maria.

La lettera Λ è il simbolo archetipo del principio maschile, la lancia, e la lettera V, il suo uguale opposto, è invece l’archetipo del principio femminile, il calice. Questo simbolo è raddoppiato nella figura simbolica del compasso e della squadra della moderna massoneria, che un tempo si basava sulle speranze medievali del Millennio di pace.

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Bayley nel corso della sua indagine ha trovato anche una serie di disegni raffiguranti corone elaborate che recano impressi i contorni della lettera M .

In tutto il sistema simbolico ed iconografico conosciuto, i simboli della Lama e del Calice sono quelli più semplici e diffusi.

Vengono considerati simboli arcaici perché la forma che li caratterizza, il triangolo, è una tra le figure delle più semplici ma allo stesso tempo più potenti e, come il cerchio e il quadrato, facilmente reperibile in natura; in più, essi sono presenti in ogni istante della vita dell’uomo davanti agli occhi, nelle forme delle mani, chiusa o aperta.

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La mano chiusa e la mano aperta rappresentano gli archetipi universali della Lama e del Calice

La mano con la punta rivolta verso l’alto, detto “Lama”, “Corno” o “Lancia”, rappresenta l’Energia Maschile e tutto ciò connesso o riconducibile ad essa, come i simboli fallici, i betili[1] di forma conica, la verga o il bastone, la spada, la Lancia di Longino, la piramide, le cuspidi dei campanili, gli obelischi, ecc.

La mano con la punta rivolta verso il basso, al contrario, detto “Calice”, “Vaso” o “Coppa”, rappresenta l’Energia Femminile, come i simboli vulvari, le coppelle[2] scavate nelle rocce, il vaso o un qualsiasi altro contenitore, il cuore, il Santo Graal, il pozzo, la sorgente, lo specchio d’acqua, la caverna, ecc.

La Stella di Davide (o Esagramma, chiamato anche “Scudo dell’Arcangelo Michele”, oppure davideSigillo di Salomone) è l’esempio più illustre e comune dell’unione dei simboli della Lama e del Calice in un unico emblema, che rappresenta dunque l’equilibrio tra le due forze.

Il rombo, o losanga, ha lo stesso significato; alcuni simboli che hanno questa forma richiamano la dualità delle energie maschili e femminili, come l’Alfa e l’Omega

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L’Alfa e l’Omega in forma di Doppio Ternario nella Sagrada Familia di Antoni Gaudì (Barcellona, Spagna)

Il simbolo universalmente riconosciuto ed accettato che sta ad indicare il Cuore, non è altro che la “V” del calice sormontata da due semicerchi. Che cosa è, infatti, il cuore se non un “vaso” destinato a raccogliere al suo interno il sangue, ovvero la linfa vitale? Nella celebrazione liturgica dell’Eucaristia, durante la Messa, il sacerdote presenta ai fedeli l’ostia circolare, appellandola “Agnello di Dio”, poi la spezza dividendola in due semicerchi, infine la presenta nuovamente ai fedeli insieme al calice, posto al di sotto. Ecco, dunque, ricreato perfettamente il simbolismo del cuore.

Anche se la maggior parte dei fedeli non se ne rende conto, il rito della consacrazione Eucaristica è quello che nella celebrazione della messa ha conservato più simbolismo esoterico di qualsiasi altro, e ciò non deve stupire perché i primi Cristiani elaborarono un simbolismo proprio ma non lo crearono dal nulla, bensì adattarono ed attualizzarono tutto il simbolismo pagano già esistente e consolidato nei secoli. Il ben noto simbolo degli innamorati, un cuore trafitto da una freccia, fa riferimento al mito greco di Eros, il dio dell’Amore, che faceva innamorare le persone trafiggendo i loro cuori con le sue frecce.

Leggendo il simbolo nella chiave interpretativa presentata in questo articolo, non è altro che, ancora una volta, una Lama che penetra in un Calice, l’unione dei principi maschile e femminile.[3]

Nella mitologia cristiana, il Santo Graal e la Lancia di Longino, sono due sacre reliquie il cui enorme potere deriva dall’essere state in contatto con il sangue di Gesù.

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Nelle varie leggende sulla discendenza reale, il Graal, collegato a Maria Maddalena, impersonifica l’utero, ovvero il ventre, entro il quale il sangue di Cristo si è tramandato, mentre la lancia, con la quale il centurione romano trafisse il costato di Gesù, rappresenta simbolicamente l’ostilità dell’imperatore che, insieme alla società religiosa, non accettavano l’esistenza di questa stirpe regale.

Un messia che, allo stesso tempo, fosse stato re e sacerdote infastidiva entrambe le fazioni. Dunque ogni accostamento dei simboli del Calice e della Lama sono un’allusione esoterica all’unione divina tra Gesù e Maria Maddalena, ed alla loro presunta discendenza.

Questi due simboli medievali del Graal sembrano avere delle analogie con i principi dell’alchimia che sono stati rinvenuti dei documenti scritti dei vecchi maestri spirituali. Gli alchimisti erano alla ricerca di un metodo per trasformare il piombo in oro attraverso processi chimici, e i simboli dei metalli usati in questi scritti furono un deliberato “pretesto” o un gesto di facciata, escogitato per depistare i non iniziati.


[1] Il betilo o (bétile – bethel) è una pietra a cui si attribuisce una funzione sacra in quanto dimora di una divinità o perché identificata con la divinità stessa.

[2] La coppella è un incavo emisferico del diametro di pochi centimetri ricavato in modo artificiale dall’uomo su basi rocciose normalmente piane o poco ripide.

IL SANTO GRAAL E LA FIGURA EMBLEMATICA DI MARIA MADDALENA

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Alcuni best seller internazionali come Il Codice Da Vinci hanno riportato di recente alla luce una questione che la storia sembrava aver inghiottito definitivamente col finire del Medioevo: la leggenda del Santo Graal. Gli autori di questi libri, sfruttando la consistenza simbolica del Graal, pretenderebbero di rimettere in discussione alcuni convinzioni fondamentali sui quali per molto tempo si è basata la civiltà occidentale.

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Cosa si nasconde dietro questo riemergere di una questione che sembrava per lo più costituire un fenomeno letterario relegabile al Medioevo? Quanto c’è di vero e quanto sono affidabili le teorie esposte in questi best seller? Come abbiamo precedentemente visto nel romanzo di Chretièn de Troyes il Graal è un vassoio o una coppa, ma come si è arrivati ad affermare che il Graal sarebbe il sangue reale, derivato dall’unione di Cristo con al Maddalena?

La storia del tesoro difficile da ottenere e della liberazione di un magico incantesimo si intreccia con una leggenda cristiana, poiché in alcuni testi il tesoro da cercare è proprio il calice nel quale Giuseppe D’Arimatea raccolse il sangue di Cristo crocefisso, quello stesso calice che Gesù avrebbe utilizzato nell’ultima cena.

Le origini della leggenda risalgono al poeta francese che compose la sua opera nel 1180. Da un punto di vista storico i testi relativi al Graal fanno quasi pensare a una corrente sotterranea affiorata in un dato momento, ma subito ritrattasi e resasi nuovamente invisibile, quasi come se si fosse avvertito un ostacolo o un pericolo ben preciso. Tali testi si affollano in un breve periodo: nessuno di essi è anteriore all’ultimo quarto del XII secolo e nessuno posteriore al primo quarto del XIII secolo.

Questo periodo corrisponde all’apogeo della tradizione medievale. Dopo un periodo di intensa popolarità dei romanzi e dei poemi del Graal fa seguito un altrettanto singolare oblio: nel corso del XIII secolo, quasi obbedendo a una parola d’ordine, in Europa si cessa di scrivere del Graal. Soltanto nel XIX secolo si riscontrano cenni di risveglio nell’interesse sul tema. Ma la vera scossa che ha riacceso nel periodo più recente l’interesse sul tema provocando polemiche infuocate è costituita da due best seller internazionali: Il Codice Da Vinci di Dan Brown e Il Santo Graal di Baigent, Leigh, Lincoln. In realtà anche una terza opera di rilievo, Il mistero del Sacro Graal di G. Hancock, ha occupato una posizione di primo piano sul campo.

Ma il vero protagonista dell’attuale scenario è senza dubbio il romanzo di Dan Brown; a causa dei suoi contenuti provocatori si sono aperte sui vari fronti roventi polemiche che hanno coinvolto non solo ordini religiosi e chiesa cattolica, ma anche – a causa di un ipotizzato plagio – gli stessi Baigent, Leigh e Lincoln.

La teoria di Baigent, Leigh e Lincoln e Dan Brown riguardo il Santo Graal dice che esso sarebbe il sang real, ossia il sangue reale della ipotizzata una discendenza derivata dall’unione di Gesù con la Maddalena.

Dan Brown ne Il Codice Da Vinci parla del Santo Graal in alcuni capitoli. Nel capitolo 55 del romanzo leggiamo: “… quasi tutto ciò che i nostri padri ci hanno insegnato a proposito di Cristo è falso. Esattamente come le storie del Santo Graal …. Sia la Bibbia sia le solite leggende sul Graal celebrano questo momento come la comparsa del Graal (riferendosi al dipinto di Leonardo da Vinci che appare nel film “l’ultima cena”) … il Santo Graal non è una cosa. In realtà è ….. una persona.”[1]

La teoria centrale de Il Codice Da Vinci è espressa nel capitolo 58 del libro, dove si parla del presunto matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena: “Sposandosi con una donna dell’importante Casa di Beniamino, Gesù fondeva due discendenze reali ….” Sophie sentì drizzarsi i capelli. ‘Ma come si è potuto nascondere per tanti. secoli un segreto così importante?’ ‘Buon Dio!’ esclamò Teabing. ‘E’ stato tutt’altro che un segreto! La discendenza reale di Gesù è la fonte della leggenda più duratura che esista, il Santo Graal. La storia di Maria Maddalena è stata gridata dai tetti, per secoli, in tutte le lingue e in ogni genere di metafora …[2]’ ‘E i documenti del Sangreal?’ chiese Sophie. ‘Dovrebbero contenere la prova che Gesù ha avuto la discendenza reale?’ ‘Certo.’ ‘Perciò, l’intera leggenda del Santo Graal riguarda la discendenza reale?’ ‘Proprio alla lettera’ confermò Teabing. ‘Dalla parola Sangreal deriva San Greal, ovvero Santo Graal?… SANG REAL immediatamente Sophie comprese tutto. Sang Real significava, alla lettera, Sangue Reale”.

Come è noto, Dan Brown ha ripreso copiosamente questa storia dagli anglosassoni Baigent – Leigh – Lincoln, che l’hanno espressa nel loro libro Il Santo Graal. Sono nate molte controversie sulla veridicità di questa tesi. Secondo alcuni, i tre scrittori sfruttano l’affinità terminologica saintgréal/sangréal, che è assolutamente casuale e costituisce soltanto una sorta di gioco di parole sul quale non è certo possibile costruire una teoria di tale portata.

L’idea centrale delle opere Il Santo Graal e Il Codice Da Vinci è quindi quella del presunto matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena. Da questa unione sarebbe sorta una discendenza che sarebbe segretamente sopravissuta nella storia fino ai giorni nostri; questa discendenza avrebbe realizzato diverse alleanze dinastiche, in particolare coi merovingi, e sarebbe riuscita a sopravvivere e  a mantenere la clandestinità per circa 200 anni.[3]

Tali credenze insite in questa versione della storia cristiana circolarono in tutta Europa durante l’Alto Medioevo e successivamente furono costrette a diffondersi clandestinamente a causa di crudeli torture messe in atto dall’Inquisizione. Ci sono prove del’esistenza della Chiesa alternativa, della “Chiesa del Santo Graal”, rinvenute attraverso testimonianze e simboli presenti in alcune rappresentazioni artistiche e letterarie europee, come pure negli stessi Vangeli del Nuovo Testamento.

Il Vangelo di Giovanni afferma senza lasciare spazio a dubbi che la donna che unse Gesù a Betania era Maria, sorella di Lazzaro. Il nome di Maria Maddalena non viene citato in relazione alla scena dell’unzione, ma è lei che figura nei Vangeli mentre accompagna Gesù sul Calvario e sta ai piedi della croce; secondo la tradizione della Chiesa di Roma, Maria di Betania e Maria Maddalena erano la stessa persona. Ma perché “la Maddalena” fu costretta a fuggire da Gerusalemme? E cosa ne fu della sacra discendenza che portava con sé? [4]

Vi sono prove che ipotizzano che la stirpe reale di Gesù e di Maria Maddalena abbia dato origine alla dinastia dei Merovingi e che il sangue reale circolò nelle vene di questi monarchi di Francia. Il nome Merovingio può essere suddiviso in due sillabe fonetiche da cui si ottengono due parole facilmente riconoscibili: mer e vin, Maria e la vite. In base a questa suddivisione il termine potrebbe quindi alludere alla “Vite di Maria”.

Lo stemma reale del re merovingio Clodoveo era l’iris. Il nome latino dell’iris è gladiolus, o “piccola spada”, e l’iris a tre foglie della casa reale francese è un simbolo maschile. Thomas Inman nella sua opera “Ancient Pagan and Modern Christian Symbolism”[5] svolge una lunga analisi sulla natura maschile del “fiore della luce”. Nel 1653 fu scoperta la tomba del re merovingio Childerico I; all’interno furono trovate trecento api d’oro. L’ape era uno dei simboli della famiglia reale dei Merovingi. Come è noto le colonie di api riconoscono l’ape femmina come regina e monarca e sono quindi colonie matriarcali. Molto probabilmente la decisione di mettere le api d’oro nella tomba fosse stata presa per comunicare che la discendenza reale della famiglia dei Merovingi dalla stirpe di Davide (da cui discende Gesù) era stata trasmessa per via materna da Maria Maddalena, la regina vedova, e sua figlia che, secondo la leggenda, era chiamata Sara.

Il nome Sara in aramaico significa “regina” o “principessa”. Secondo alcuni racconti sappiamo che essa era molto giovane, poco più che una bambina. E’ curioso che un ridente paesino della costa francese ogni anno si celebrava una festa in onore di una giovane ragazza bruna, chiamata Sara. In base alla leggenda la figlia di Gesù, nata dopo la fuga di Maria Maddalena ad Alessandria, avrebbe dovuto avere circa dodici anni al tempo del viaggio verso la Gallia. Lei, come i principi della stirpe di Davide è simbolicamente nera. E la Maddalena, in persona, era il Sangreal, nel senso che lei era il “calice” o la “coppa” che portò nel suo grembo il sangue reale.

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Secondo alcune teorie la discendenza reale di Israele è sopravvissuta alle persecuzione riaffiorando, in ultimo, nei Merovingi d’Europa e nelle casate a essi collegate, che mantennero segrete le loro genealogie per secoli. E’ dunque plausibile che la Prima Crociata (1098) sia stata un tentativo per ripristinare sul trono di Gerusalemme un erede della stirpe di Davide.

 


[1] D.Brown, Il codice da Vinci, Mondadori, Milano 2003, pp. 276.277

[2] Ivi, pp. 292-293

[3] Giuseppe Di Vico, Gesù, La Maddalena e Il Santo Graal, Firenze Atheneum, p. 227

[4] Margaret Starbird, Maria Maddalena e Il Santo Graal, Oscar Mondadori, p.53

[5] Thomas Inman,  Ancient Pagan and Modern Christian Symbolism, New York : J. W. Bouton

IL SANTO GRAAL: L’ORIGINE DEL MITO

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Le origini della leggenda del Santo Graal si perdono nella storia: i racconti legati a “coppe” o “vasi sacri” si tramandavano già da lungo tempo per via orale da cantori, menestrelli e giullari di corte, ma il Graal come lo conosciamo noi oggi apparve alla fine del XII secolo in un’opera realizzata dallo scrittore Chretièn de Troyes, egli, inserendolo in uno dei suoi romanzi, diede vita al cosiddetto “ciclo del Graal”. Infatti, attorno al 1190 egli scrisse “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal[1], prendendo spunto dalla moltitudine di leggende ed aneddoti preesistenti su coppe ed altri recipienti di natura magica (di cui abbondava, ad esempio, la mitologia celtica: si pensi, ad esempio, al calderone magico di Bran).

Nulla però ci può dimostrare che Chretièn de Troyes sia stato l’inventore del mito del Graal, anzi, probabilmente il racconto più antico che ci è pervenuto sino ad ora sul Graal e la sua ricerca è una raccolta di antiche leggende gallesi intitolata “Mabinogion[2].

Chretièn de Troyes comunque, in qualità di scrivano presso la corte di Eleonora d’Aquitania a Poitiers ebbe l’opportunità di fare la conoscenza di artisti francesi, occitani, normanni e bretoni, e quindi di venire a contatto con una miriade di narrazioni orali che riflettevano le diverse tradizioni e culture del tempo. Fu infatti proprio grazie alla corte di Eleonora d’Aquitania che le leggende e i miti celtici penetrarono nella letteratura francese.

Contemporaneamente, sempre in quest’epoca, si erano sempre più andati sviluppando i racconti del ciclo arturiano, cioè un insieme di racconti che attingevano alla fonte davvero inesauribile dell’immaginario celtico, bretone o gallese ed erano incentrati intorno alla figura leggendaria di Artù, un condottiero vissuto intorno il ‘500 e diventato una figura mitica, che possedeva tutte le caratteristiche per soddisfare l’esigenza fortemente avvertita a quel tempo di un re portatore di un ideale di regalità superiore.

In questa visione era compreso anche il concetto di uguaglianza e proprio Artù era quel re che presiedeva un’assemblea di cavalieri che, essendo tutti di pari livello, sedevano intorno ad un tavolo circolare, la Tavola Rotonda.

Questi racconti, all’inizio nati indipendentemente l’uno dall’altro, erano confluiti in seguito in un corpo unico che si era poi andato legando alle storie del Graal. Gli eroi del Graal divennero eroi arturiani.

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Si può ritenere che la maggior parte dei testi che riguardano il Graal, essendo stati scritti in periodi di massacri, primi fra tutti quelli legati alle Crociate, rappresentino una specie di reazione a questi spaventosi eventi. Il Graal rappresentava una reazione ed una speranza, la speranza di una luce contrapposta al buio, alle tenebre della storia.

Nei manoscritti graaliani era contenuto  dunque il sogno di un mondo migliore, un mondo di pace e non tormentato dai massacri e il sogno del ritorno di una figura come quella di Artù, rappresentante di un mondo in cui i valori spirituali non soccombevano sotto il peso e la spinta dei più feroci istinti dell’uomo. Proprio quello che desideriamo e sogniamo anche noi oggi. Il fascino del Graal risiede proprio nella sua capacità di rappresentare il simbolo di un sogno immortale e intramontabile.

Ma torniamo all’opera di Chretièn de Troyes, nel romanzo, il cavaliere Parsifal, ospite nel castello del “Re Pescatore” Anfortas, assiste ad una strana cerimonia in cui appare per la prima volta un mistico oggetto definito “Graal”, realizzato in oro puro e tempestato di pietre preziose. L’etimologia della parola deriva dal latino “gradalis”, che a sua volta deriva da un arcaico termine celtico che significa “calice”.

Secondo alcuni documenti, le origini della leggenda del Graal risalirebbero ad un periodo precedente a quello dell’epoca d’oro del poema. Il monaco Helinandus, ad esempio, nella sue Cronache risalenti al 1204, parla della visione di un eremita britannico dell’VIII secolo. L’eremita, descrivendo questa visione definì questo calice “gradale”. Il temine sarebbe derivato dal francese: gradale o gréal indicano un ampio vassoio in cui deliziosi cibi vengono serviti, ed è quindi piacevole (agréable) mangiare da esso. Questa derivazione del termine Graal dalla parola francese è la più accettata tra gli studiosi.

Chretièn scrive del Graal senza però dirci di cosa si tratta, per cui esso emerge solo con una parola, Graal appunto, cioè un contenitore (ancora in occitanico moderno esiste il termine “gazala” che significa terrina). Nel testo il Graal è un nome comune, pertanto all’origine esso non è che un recipiente. A differenza dello stereotipo comune secondo cui il Graal  sarebbe un calice, in Chretièn esso è un ciborio, mai in quest’opera si parla di un vaso contenente il sangue del Cristo raccolto da Giuseppe D’Arimatea.

A Chretièn de Troyes appartiene il merito di essere stato il primo a trattare compiutamente la materia in un’opera letteraria. Egli però lascerà la sua opera incompiuta, e non c’è nessuna prova che egli abbia lasciato qualche minima indicazione di quale, secondo lui, dovesse essere la conclusione. Le successive continuazioni attingeranno alla medesima fonte a cui aveva attinto Chretien: i racconti celtici. A poco a poco però queste continuazioni si staccheranno dalla radice pagana e finiranno per cristianizzare il mito del Graal.

Molti hanno pensato che l’interruzione dell’opera di Chretien dipendesse dalla morte del poeta. Qualcuno ha sostenuto la tesi che tale interruzione sia dovuta a un motivo diverso; Chretièn avrebbe abbandonato deliberatamente la sua opera, lasciando ad altri la cura di completarla, come se si trattasse di un gioco collettivo degli scrittori dell’epoca, impegnati a turno a lavorare su uno stesso argomento.[3]

Questa incompiutezza del romanzo è il motivo principale dello sviluppo e del successo della leggenda; poiché gli elementi proposti da Chretièn erano molto enigmatici bisognava trovare un seguito. Ma ogni continuatore ha orientato la storia verso la fine più consona alle proprie idee. Ecco dunque che i diversi racconti sfociano verso strade differenti l’una dall’altra.

Fu solo successivamente, intorno al 1202, con “Le Roman de l’Estoire du Graal” di Robert de Boron[4], che la figura del Graal assume una connotazione puramente cristiana, essendo identificato, proprio nel libro, come il calice utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena, nel quale successivamente Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Gesù crocefisso. Il calice acquisì con il tempo delle straordinarie virtù, come quella di guarire o alleviare ogni sofferenza ed, addirittura, di donare l’immortalità a colui che ne beve e, soprattutto, che ne sia degno. Secondo una delle leggende più diffuse, colui che per primo ebbe il compito di custodire il Santo Graal fu appunto Giuseppe d’Arimatea. Quest’uomo era un ricco ebreo, membro del Sinedrio, del quale non aveva condiviso la condanna di Gesù (Luca, 23, 50 e seg.); era egli stesso un discepolo di Gesù, “ma di nascosto, per timore dei Giudei” (Giovanni, 19, 38).

Dopo la crocifissione di Gesù si recò da Pilato per chiedere la salma del martire ormai defunto. Una volta ottenuta un altro uomo, Nicodemo, provvide a cospargere il cadavere di aromi quali l’aloe e la mirra, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo (la Sacra Sindone) e lo depose nel sepolcro. Questo è quanto riportato dai Vangeli ufficiali.

Secondo la leggenda egli raccolse anche alcune gocce del suo sangue in un calice, che poi portò con sé in Bretagna durante la sua predicazione del Vangelo. Secondo la tradizione inglese invece, Giuseppe si recò con i suoi uomini fino all’isola di Avalon, l’odierna Glastonbury, e lì depose il calice. Esso venne poi consegnato ai cavalieri Templari, che l’avrebbero conservato nel castello di Montsalvat, dove solo i puri di cuore predestinati sarebbero potuti accedere e avrebbero ricevuto la salvezza celeste o, secondo altre tradizioni, l’immortalità. Influenza di Robert de Boron sull’evoluzione della leggenda e persino sull’interno ciclo arturiano è stata immensa; fu proprio questo scrittore ad incorporare la leggenda di Merlino e Artù, in precedenza indipendente.

Il tema del Graal ha trovato nel contesto tedesco una maturazione del tutto originale. L’ultima versione, sicuramente la più misteriosa e ambigua, del mito è quella dello scrittore tedesco Wolfram Von Eschenbach, Parzival, che si basa su uno schema pressoché identico a quello di Chretièn.

In questo romanzo il Graal viene indicato “Lapis exillis”, un vocabolo che a lungo si è cercato di decifrare. Le ipotesi più diffuse sono due: la prima secondo cui si tratta dell’errata trascrizione di “Lapis exiliis”, cioè “Pietra dell’esilio”, a evidenziare il cammino spirituale cui l’uomo deve percorrere per diventare degno di possedere il Graal. Altri autori, invece, suppongono che si tratti di una contrazione di “Lapis ex coelis”, vale a dire “Pietra dal cielo”, prendendo come riferimento la leggenda secondo cui il Graal sarebbe stato intagliato da uno smeraldo caduto in terra dalla testa di Lucifero durante la sua precipitazione agli Inferi dopo che l’angelo si era rivoltato al Creatore.

Tutte queste molteplici interpretazioni del Graal hanno dato origine ad un vero e proprio ciclo di romanzi chiamato “ciclo del Graal”. Questo ciclo si inserisce, a sua volta, in un filone ancora più grande costituito da tutta la letteratura cavalleresca bretone, avente per protagonista il Re Artù, diventato sovrano dopo essere riuscito ad estrarre la famosa “Spada nella Roccia”, ed i suoi Cavalieri della Tavola Rotonda: Parsifal, Lancillotto, Galahad, Tristano, ecc.


[1] Chretièn de Troyes,  Le roman de Perceval ou le Conte du Graal, a cura di W. Roach in Textes Litteraires Francais, ed. Geneve et Paris, 1959.

[2] Lady Charlotte Guest, The Mabinogion, Kessinger Publishing, 2010

[3] J.Markale, Il Graal, Mondadori, Milano 1999, p.45.

[4] Robert de Boron, Le Roman de l’Estoire du Graal (a cura di William Nitzte, Paris, 1927)

IL MISTERO DEL SANTO GRAAL

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Uno dei miti più affascinanti e longevi di tutta la cultura dal Medioevo in poi è senza dubbio quello del Santo Graal. Innanzitutto resta il mistero della sua natura: è una reliquia? È un calice o una coppa? È una pietra o uno smeraldo? Un libro? Un piatto d’argento? È importante in quanto contenitore o per il suo contenuto? Il piatto e la coppa contengono entrambi del sangue, può essere questo l’elemento più importante, in quanto il sangue è simbolicamente portatore dello spirito?[1].

Il Graal è un simbolo poliedrico che racchiude in sé svariati significati. È considerato un tramite per la divinità e rappresenta la molteplicità della potenza di Dio. Rappresenta la guarigione, la nascita e la rigenerazione.

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“Sir Galahad alla cerca del Graal” di Arthur Hughes (1832-1915)

Nel corso dei secoli quest’oggetto ha assunto svariate forme, calice, pietra, vassoio, ma le sue proprietà di rigenerazione sono sempre rimaste immutate nel tempo. La forma più comune con cui è conosciuto oggi il Graal è quello di un calice o in genere una coppa.

Se prendiamo in analisi gli antichi geroglifici egizi scopriamo che il geroglifico che rappresenta la donna è raffigurato con un pozzo d’acqua. La donna, che è simbolo di sorgente di vita, è legata all’acqua, fonte di vita per eccellenza, ma anche al liquido amniotico: il pozzo d’acqua inteso come grembo materno.

Nell’antico Egitto l’acqua assumeva un significato molto importante. I raccolti erano inevitabilmente legati alla regolarità delle piene del Nilo. Tutto dipendeva dall’acqua. Proprio per questo motivo tutte le grandi civiltà della storia si sono sviluppate intorno a corsi d’acqua: il Nilo, il Tevere, il Tigre e l’Eufrate, l’Indo.

Il Graal è, in qualche modo, collegato a questi antichi miti. Probabilmente non esiste alcuna connessione diretta, ma questi simboli sono universali e portano con sé memoria degli antichi significati. Una delle proprietà del simbolo è quella di rappresentare significati universali a tutti gli uomini e di passare incolume attraverso le generazioni umane assumendo nuovi significati ma conservando gli antichi.

Il significato simbolico del Graal associato all’origine della vita è, senza dubbio,  connesso alla donna e alla sua facoltà di generare la vita. Il Graal contiene questa simbologia femminile, perché è esso stesso che offre la vita. In alcune leggende il Graal è legato alla Lancia sanguinante, simbolo maschile per eccellenza. Il Calice simboleggia la donna, la lancia l’uomo, insieme generano la vita e raffigurano l’atto creatore di Dio. Quale migliore rappresentazione della potenza divina della generazione di una vita dall’unione di un uomo e di una donna.

Il Graal dunque racchiude in sé il principio maschile e femminile. Nella tradizione cristiana c’è un collegamento fra la donna e un “contenitore” nella Litania Lauretana, la Vergine Maria viene descritta come: “Vas sprirituale, vas onorabile, vas insigne devotionis”, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso pregiato di devozione”. La Vergine Maria è descritta come un contenitore, il “contenitore” per antonomasia perché ha custodito il Figlio di Dio.


[1] Monika Hauf, La Via del Sacro Graal, Arkeios Edizioni, pag. 9