Archivi categoria: I SIMBOLI NASCOSTI NELL’ARTE

LA BANCONOTA DEL DOLLARO

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E’ la banconota più comune e più potente al mondo: sul fronte reca l’effige di George Washington con ai lati due simboli, a sinistra quello della “Riserva Federale di Chicago”, a destra quello del “Dipartimento del tesoro” con una data: 1789, la data della rivoluzione francese in cui la massoneria ha avuto un forte ruolo.

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Questa banconota è piena di simboli massonici: scudo, bilancia, chiave e 13 punti; sul retro della banconota troviamo due cerchi: dentro quello di destra un’aquila, simbolo degli Stati Uniti d’America, in quello di sinistra invece una piramide con al vertice un occhio. L’aquila tiene nel becco un nastro con la scritta latina “e pluribus unum” che letteralmente significa “Da molti, uno”; nell’altro cerchio, in alto sopra la piramide, c’è la scritta “annuit coeptis” che significa “approva le cose iniziate”, in basso la scritta “Novus ordo seclorum”, l’ultima parola è stata scritta nella forma contratta: “seclorum”, invece di “secolorum”. In questo modo la frase risulta composta da 17 caratteri invece di 18; il 17° arcano dei tarocchi è “la stella” e indica “la realizzazione”, come dire “Nuovo Ordine Mondiale”. Infine il numero 13, un numero che, nella banconota da un dollaro, si ripete in continuazione.

Ufficialmente si ritiene che il 13 sia riferito al numero iniziale degli stati che componevano la federazione, ma il 13 ha molti significati occulti, tra cui quello del “perdurare”, del “volo che resiste per l’eternità” e, per i Rosacroce, è il simbolo del percorso iniziatico: 13 sono le frecce che l’aquila tiene nella zampa destra; 13 sono i caratteri delle scritte “e pluribus unum” e “annuit coeptis”; 13 sono le strisce dello scudo e i gradini della piramide; infine, sopra la testa dell’aquila, ci sono 13 stelle che, unite, formano la stella a sei punte, ovvero, il “Sigillo di Re Salomone”. [1]

 

Insomma Washington ha rappresentato e rappresenta certamente uno dei centri di potere mondiale. Se la sua pianta, la sua mappa, è stata costruita e progettata come un talismano, questo sembra abbia funzionato.

 

LA CASA BIANCA E IL WASHINGTON MONUMENT

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La prima pietra di quest’edificio, è stata posata in una data molto particolare: era il 13 ottobre 1792, una data con un forte simbolismo templare. Il 13 ottobre 1307, infatti, è la data in cui vennero incarcerati tutti gli appartenenti all’ordine templare. La Casa Bianca fu terminata dopo la morte di George Washington. Nel corso degli anni fu distrutta da un incendio e più volte rinnovata, sempre sulla base del progetto iniziale dell’architetto James Hoban.

Dalla Casa Bianca, ancora in costruzione, nel 1793 partì il corteo che, percorrendo la Pennsylvania Avenue, arrivò sul luogo in cui avvenne la cerimonia della posa della prima pietra del Campidoglio; esattamente sulla stessa direttrice del corteo, alcune ore prima del sorgere del Sole, era sorta Sirio, mentre all’alba, la stella si trovava esattamente sul luogo in cui sarebbe sorto il Campidoglio. Questi particolari allineamenti stellari erano ben conosciuti dalla massoneria a cui appartenevano sia gli architetti che gli organizzatori delle cerimonie. Per capirne a comprendere meglio tutto ciò dobbiamo arrivare nell’anno in cui il primo presidente morì: il 1799.

 

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Per ricordare la figura di questo grande uomo che tanto diede alla nazione, si decise di innalzare un grande obelisco alto circa 170m, con una punta affusolata come una sorta di piramide. La cerimonia della posa della prima pietra del Washington Monument, avviene il 4 luglio 1848, giorno dell’Indipendenza americana dall’egemonia inglese, ma anche data che ci riporta al simbolismo templare in quanto, se convertita dal calendario giuliano, è il giorno di San Giovanni dei Massoni. A causa della mancanza di fondi e di intrighi politici, per l’inaugurazione bisognerà attendere il 22 febbraio 1885: la cerimonia avviene di pomeriggio, in coincidenza con il sorgere di Sirio, alla presenza dei rappresentanti delle logge di tutti gli Stati Uniti.

LA STORIA DELLA CITTA’ DI WASHINGTON

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Nel 1789 la giovane nazione americana appena instauratasi decide di costruire una grande capitale federale in Virginia, il progetto iniziale è di Pierre Jean L’Enfant poi affiancato da altri.

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Nato a Parigi, L’Enfant era entrato nell’esercito rivoluzionario americano di cui condivideva gli ideali repubblicani. Qui aveva conosciuto George Washington del quale era divenuto amico e fratello massone.

L’Enfant presenta un progetto faraonico, se si pensa che la capitale è progettata per uno stato di 500 milioni di abitanti, all’epoca ce n’erano solo quattro in tutto il Paese e oggi ve ne sono all’incirca 300 milioni. Un progetto in cui i riferimenti agli antichi riti egizi sono ovunque.

Sono molti gli indizi che fanno pensare che la città sia stata costruita sulle basi di una mappa occulta. Le vie della città sono tutte parallele le une alle altre sia in orizzontale che in verticale, quindi si formano degli angoli di 90°, poi ci sono altre strade, invece, che tagliano in diagonale l’intera mappa. C’è chi dice che questo è stato fatto per rendere più vivibile la città, altri invece affermano che questo particolare disegno delle strade formi dei simboli.

Uno schema simile alla mappa della città di Washington si ritrova anche nelle piante di Londra e Parigi, secondo alcuni studiosi l’intento dei progettisti, tutti appartenenti alla massoneria, era di ricreare sulla terra quella che nella tradizione massonica è la città ideale, ovvero la Gerusalemme celeste.

Il disegno del progetto di L’Enfant è perfettamente sovrapponibile ad un altro disegno, l’albero della vita di tradizione ebraica. In questo disegno ci sono dei nodi importanti chiamati “sefirot”.

treeoflifegvSe sovrapponiamo le due mappe, in coincidenza con queste troveremo gli edifici più importanti della città. Alle singole “sefirot”, quindi, corrispondono punti ben precisi: alla prima “sefirah”, che significa “La Volontà Prima”, corrisponde il Lincoln Memorial; tra la quinta e l’ottava, rispettivamente “Giudizio” e “Gloria”, troviamo il Jefferson Memorial. Entrambe figure fondamentali nella storia degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori, è stato il terzo presidente e il principale autore della “Dichiarazione d’Indipendenza”. Abraham Lincoln, è unanimemente ritenuto una delle figure più importanti della nazione: fu il presidente che abolì la schiavitù. Tra la quarta e la settima “sefirah”, che significano rispettivamente “Misericordia” e “Vittoria”, troviamo la Casa Bianca; alla sesta “sefirah”, che significa “Principio Armonizzante” il Washington Monument; alla decima, “Il Regno”, il Campidoglio.

 

La città di Washington risponde perfettamente a un disegno massonico, è dunque una grande antologia di tutto il sapere tradizionale che lega la novità di una capitale tutta inventata, alla storia greco-romana e a quella degli egizi.

Washington ci sta rivelando delle simbologie occulte, così tante, così precise che non ci aspetteremo di trovare in una città moderna.

Stiamo per abbandonare l’ambito politico per entrare in quello economico, infatti anche la banconota da un dollaro vale la pena essere esaminata con attenzione. Ma prima dobbiamo analizzare un luogo decisamente particolare: la Casa Bianca.

COSTANTINO BRUMIDI: l’apoteosi di George Washington

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Il cuore del Campidoglio è la “Rotonda”, una sala di oltre 30 metri di diametro, circolare, sormontata dalla cupola interna del campidoglio. Una volta era la sala della camera dei rappresentanti ma nel 1864 la sua funzione è cambiata, ed oggi è una sala di rappresentanza. Incastonato nella parte superiore della cupola giace un affresco chiamato “L’apoteosi di George Washington”, questo affresco racchiude una serie di simbologie particolari, è stato dipinto da un artista chiamato il Michelangelo americano, forse con troppa enfasi, la verità è che questo artista conosceva molti segreti che ha cercato di rappresentare con delle simbologie all’interno di questo dipinto, delle cose che si vedono e delle cose che apparentemente sono celate, era un italiano: Costantino Brumidi.

Costantino Brumidi era un artista nato a Roma nel 1805 da padre greco e madre italiana, il suo lavoro era stato apprezzato anche in Italia tanto che ebbe degli incarichi anche da Papa Gregorio XVI. Nel 1849, quando Roma fu occupata dai francesi, Brumidi emigrò e raggiunse gli Stati Uniti. Nel 1852 ricevette la cittadinanza americana e nel 1855 fu assunto per realizzare la sua opera maggiore: l’apoteosi di George Washington. Ci lavorò per venticinque anni dedicandosi a realizzare le scene che rappresentavano la nascita della nuova potenza mondiale.

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Il dipinto si trova in alto, nella parte centrale della cupola, 55 metri sopra il pavimento, copre un’area di oltre 420 mq. Brumidi iniziò il suo capolavoro undici mesi dopo il termine della guerra civile, subito dopo la fine dei lavori di costruzione della cupola, la particolarità dell’opera è che è perfettamente visibile sia da una distanza di 15 metri che dal pavimento della sala “Rotonda”.

All’interno del dipinto, l’artista alterna personaggi reali a personaggi che derivano dal mito, vediamo George Washington, ricordiamo che apparteneva alla massoneria, come del resto la maggior parte degli uomini del tempo.

Lo vediamo raffigurato in mezzo a due ragazze.

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La prima rappresenta la libertà e l’autorità, la seconda la vittoria e la fama. Altre tredici ragazze sono intorno a lui con delle stelle sopra, e rappresentano le tredici stelle della prima bandiera americana, che si riferiscono alle prime tredici colonie.

Ci sono vari simboli che Costantino Brumidi ha reso visibile all’interno del dipinto, come il martello e l’incudine, il compasso, la spada, l’aquila.

Nell’opera è facile rintracciare alcuni elementi caratteristici della tradizione massonica: la spada è George Washington stesso adspada impugnarla. Arma nobile che contraddistingue il cavaliere e l’eroe, separa il bene dal male, e, in perfetto stile massonico, punta verso il basso.

Il compasso, presente nel gruppo della scienza, dove si trova Minerva, dea della saggezza, delle arti e della civiltà, sempre invocata dai massoni nei lavoro di aperture e chiusura nel tempio. Il compasso è alla sua destra, nella mani di un insegnante, aperto a 45°, ad indicare che gli apprendisti non dominano ancora la materia.

L’aquila, si trova nella raffigurazione della guerra, ha le ali spiegate, è metà bianca e metà nera, tiene tra gli artigli le frecce. Il simbolismo dell’aquila, molto complesso, in sostanza ricorda la figura di Melkizedek, doppiamente sovrano in quanto re di pace e di giustizia.

Il martello, tenuto in mano da Vulcano nel gruppo della meccanica, indica la forza ma anche l’autorità del maestro.

Questi simboli sono ancora più evidenti nei fregi che percorrono tutta la volta dove si racconta la storia dell’America.

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Nell’immagine che raffigura la colonizzazione del New England appaiono martello e scalpello, uniti insieme simboleggiano l’intelligenza, che agisce e persevera, e il discernimento. Nel riquadro rappresentante Montezuma che riceve Cortes si trova un tamburo con la forma della Croce di Malta dei cavalieri, quindi dei massoni. Nella tavola della guerra civile il soldato confederato e quello dell’unione si stringono la mano ma la loro stretta è sul polso non tra le mani, come tipico tra i massoni.

Chissà quante persone hanno attraversato il corridoio che porta alla sala “Rotonda”, che si trova proprio sotto la cupola, ignari dei simboli che li circondavano.

Abbiamo analizzato i simboli evidenti nell’affresco del Brumidi, adesso cercheremo di scoprire se c’è qualcos’altro, qualcosa che non si vede a prima vista, ma che vale la pena di essere scoperto.

Vedendo l’affresco del Brumidi ci rendiamo conto che, ponendo Washington alla base, circondato dalle donne di cui si è parlato in precedenza, si forma un triangolo con al centro quello che per alcuni è un sole appena abbozzato o solo un effetto ottico, può diventare proprio la pupilla dell’occhio.

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È realmente questo il significato?

L’immagine dell’occhio, in virtù della sua importanza come organo di senso, simboleggia per la maggior parte dei popoli l’occhio divino che vede tutto. Nell’antichità l’occhio compariva come raffigurazione del dio sole, per i massoni l’occhio racchiuso nel triangolo possiede una duplice simbologia, sul piano fisico il sole, sul piano spirituale il grande architetto dell’universo. Il triangolo, invece, rappresenta alla base la durata, e ai lati tenebre e luce.

Dunque l’edificio del Campidoglio, la cui costruzione è iniziata in una data esatta, in un punto specifico, seguendo un allineamento stellare ben preciso, ha al suo interno un affresco con molte figure, molte delle quali risalenti alla cultura e alla tradizione massonica.

Molti credono che l’edificio faccia parte di un disegno molto più ampio, che comprende l’intera città di Washington costruita per rappresentare la potenza più importante al mondo. [1]


[1] Luca Molinari, Andrea Canepari, The Italian Legacy in Washington D.C.: Architecture, Design, Art, and Culture, Skira editore, Milano 2007

I SEGRETI DI WASHINGTON E DELLA MASSONERIA AMERICA

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Gli Stati Uniti d’America sono nati sotto il segno della massoneria, questo è noto. Tutti i più grandi firmatari della Costituzione erano massoni. Il dollaro, emblema del potere economico della nazione più potente del pianeta. Qui si nascondono simboli, segni, rituali massonici con la piramide con un occhio al vertice, talvolta rappresentato anche sotto forma di triangolo, il triangolo infatti simboleggia la perfezione, l’occhio invece indica il grande architetto dell’universo.

Quello che ci chiediamo è che cosa ci fa questo simbolo sul soffitto del Congresso, il Capitol Hill di Washington, il luogo dove deputati e senatori americani decidono le sorti del Paese e quindi, molto spesso, del mondo. Ma soprattutto perché lo avrebbe dipinto un italiano, il Michelangelo d’America, un uomo che era a conoscenza di molte più cose dell’America degli americani stessi, Costantino Brumidi.

“La base del nostro sistema politico è il

diritto della gente di fare e di cambiare la

costituzione del loro governo”

George Washington

 

Questa è una frase di George Washington, il primo presidente degli Stai Uniti, un uomo che sapeva gestire molto bene il potere e che sapeva quanto, per il potere stesso, fossero importanti i rapporti con le banche e con le monete. Washington, una città votata al potere, qui vengono prese decisioni che riguardano tutto il mondo, vi sono importantissime istituzioni, alcune a livello planetario, come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale (FMI), altre tipiche dell’America, come la Casa Bianca, la Corte Suprema ed il Congresso.

WASHINGTON

Il Campidoglio, simbolo del potere, la sua costruzione sembra nascondere evidenti indicazioni esoteriche e particolari allineamenti astronomici, in alcuni giorni dell’anno osservando il tramonto dal Campidoglio il sole sembra scendere proprio esattamente sopra la Casa Bianca, che si trova all’estremità ovest di Pennsylvania Avenue.

Fu lo stesso George Washington a posare la prima pietra, subito dopo cominciò una festa, alla quale partecipò lo stesso Washington, era il 18 settembre del 1793. Parteciparono tutti i rappresentanti della massoneria della città, ai quali si aggiunsero anche quelli della Virginia e del Maryland, Capitol Hill e Washington stavano nascendo sotto l’influenza delle stelle. Secondo alcuni studi, infatti, calcolando gli allineamenti stellari del 1793 la stella Sirio sorgeva poco prima del sole ed era esattamente allineata con Pennsylvania Avenue, un allineamento conosciuto dagli antichi egizi come “levata eliaca”, un allineamento che per gli antichi aveva grande importanza, ed era alla base di molti dei principali riti egizi e massonici. Per i faraoni era anche l’inizio del nuovo anno, per le logge invece la nuova nazione americana rappresentava la nascita di un nuovo ordine mondiale.

LA ROMA ESOTERICA DI DAN BROWN

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Un insolito intreccio tra pura fantasia e realtà storica, una trama colma di ingegnosi quanto paradossali colpi di scena e uno stile narrativo disinvolto ed efficace sono alcuni degli elementi alla base del grande successo del romanzo Angeli e Demoni dell’americano Dan Brown. [1]

Ma sicuramente l’elemento che più di tutti ha costituito il giusto impulso alla stesura della fitta trama è senza dubbio la sua ambientazione “romana”.

Ma, attenzione, non si parla di una Roma cartolinesca o convenzionale, ma di una città-protagonista in cui alcuni dei suoi simboli artistico – architettonici diventano nella finzione narrativa segni visibili di un tracciato simbolico, creato da uno degli artisti più in auge della Roma barocca, Gian Lorenzo Bernini, che nel romanzo diventa il creatore di un percorso iniziatico attraverso quattro “altari della scienza” – così chiamati dalla setta segreta degli Illuminati – che il protagonista si troverà a percorrere tra mille vicissitudini. Ripercorriamo, dunque, le singole tappe alla scoperta di alcuni famosi luoghi della capitale visti, però, dall’insolita prospettiva del romanzo.

La rocambolesca indagine del protagonista, il prof. Robert Langdon – lo stesso che ritroviamo ne “Il Codice da Vinci” – attraverso una Roma affascinante e piena di mistero, prende il via dalle indicazioni celate nei versi di una poesia di John Milton, inserita in un fittizio trattato galileiano. Un testo indecifrabile che, ad un’attenta lettura, svelerà la prima delle quattro tappe di questo misterioso percorso.

La prima tappa del viaggio è la cappella Chigi a Santa Maria del Popolo, una delle tante affascinanti ricche chiese di Roma. Situata in una delle piazze più singolari della città, piazza del popolo, la chiesa è un vero e proprio forziere di opere d’arte. Ma nel romanzo ad essere prescelta come il primo dei quattro “altari della scienza” ognuno dei quali è associato a uno dei quattro elementi naturali – terra, acqua, vento, e fuoco, è la cappella Chigi. Lo scrittore descrive questa cappella raffaellesca in maniera molto dettagliata. Colpiscono i suoi affreschi e mosaici astronomico – astrologici ma anche i due monumenti funebri ospitanti i due Chigi – papa Alessandro VII Chigi fu uno dei papi-protettori del Bernini – disegnate da Raffaello con le loro caratteristiche piramidi marmoree.

La prima delle quattro tappe di questo simbolico percorso, legato all’elemento “terra” contiene anche l’indizio che porterà il prof. Langdon alla seconda sosta. Ed è proprio una delle due statue del Bernini, Abacuc e l’Angelo, adiacente l’altare della cappella ad indicare la via. Infatti l’Angelo sembra indicare una direzione ben precisa… e la breve quartina del poeta Milton ritrovata nel codice di Galileo (che indicherebbe simbolicamente il percorso iniziatico) recita proprio “lascia che gli angeli ti guidino nella tua nobile ricerca”.

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Dopo aver escluso varie possibilità, la direzione indicata dalla statua nella cappella porterebbe proprio a piazza San Pietro: ancora una forma ellittica, quella disegnata dal Bernini con al centro il famoso obelisco egizio proveniente dal vicino stadio di Nerone dove era situato anticamente. Ancora il leit motiv dell’ellisse, ancora un tremendo omicidio, ma stavolta manca l’elemento dell’angelo o una figura simile che dovrebbe indicare la terza tappa.

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Quasi un’imperfezione in questo che sembra un percorso puntualmente caratterizzato da elementi ricorrenti. L’autore, quindi, escogita un’altra soluzione per sopperire a questa mancanza: al posto dell’angelo ci sarà il bassorilievo del Bernini situato sul pavimento vicino all’obelisco, al  centro di un’enorme rosa dei venti, raffigurante un volto nell’atto di soffiare.

 

E ritorna dunque anche il simbolo dell’aria che corrisponde al secondo elemento associato al secondo altare della scienza. Sarà la direzione verso cui spira il soffio a guidare il protagonista al terzo luogo segreto, dove sta per compiersi il terzo crimine.

Un altro altare stavolta simboleggiato dall’elemento fuoco rappresenta la terza tappa; un indizio che metterà stavolta a dura prova le Bernini - Estasi di S. Teresa smallcapacità intuitive del geniale professore. Con l’ausilio di una mappa Langdon, tracciando una retta verso ovest, arriverà esattamente dalla parte opposta della città, in uno dei luoghi di Roma meno frequentati dai turisti: la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un chiesa seicentesca che, se architettonicamente non rappresenta quanto di meglio sia stato realizzato in quel periodo nella capitale, nasconde un’incredibile scenografia marmorea nella cappella Corsaro: l’estasi di Santa Teresa d’Avila, capolavoro berniniano. L’associazione all’elemento “fuoco” viene dal dardo infuocato con cui l’angelo colpisce la santa sotto l’effetto di una crisi mistica.

Un’opera volutamente ambigua, in cui la santa sembrerebbe piuttosto in preda ad una voluttuosa passione. Ancor più suggestiva la cappella che ospita l’opera, una sofisticata scenografia teatrale segnata da delicati giochi di luce e contornata da finti palchetti da cui sporgono i rappresentanti della famiglia Cornaro a cui la cappella è dedicata. Questa, più di ogni altra opera berniniana, ci illustra sapientemente il gusto teatrale dello stile barocco, quel fascino per il “meraviglioso” che tanto caratterizza molti luoghi della Roma seicentesca.

In questo terzo altare, l’assassinio sarà particolarmente feroce appiccando un incendio all’interno della chiesa. Scampato miracolosamente alla scena del delitto, l’indistruttibile protagonista si troverà ora di fronte al quarto enigma, il quarto altare della scienza simboleggiato dall’elemento “acqua”. Anche questa volta è proprio l’angelo dell’estasi di Santa Teresa ad indicare la direzione. Il braccio dell’angelo è rivolto infatti verso una direzione ben precisa, un luogo ancora una volta dominato dalla scenografia di un altro capolavoro berniniano, una piazza in cui l’acqua assurge a funzione di vera protagonista. La direzione indicata dalla statua ci porta a piazza Navona, sede dell’antico circo di Domiziano sui cui resti poggiano gli edifici odierni e al cui centro si trova il monumento per eccellenza dedicato all’acqua: la Fontana dei Quattro Fiumi.

Quale miglior luogo per indicare il quarto altare della scienza associato all’elemento “acqua”. Quarto altare, quarto assassinio – l’ultimo, almeno, tra quelli premeditati – e non poteva mancare il quarto indizio che porterà il protagonista alla “chiesa” dell’illuminazione, tappa finale del percorso che, guarda caso, viene indicata anche stavolta dalla direzione verso cui guarda la colomba col ramoscello d’olivo – figura inclusa nello stemma araldico dei Pamphili nonché simbolo pagano dell’angelo della pace – posta in cima all’obelisco sovrastante la Fontana. Il tragitto da qui all’ultima tappa del percorso è breve ma lasciamo a più pazienti lettori il seguito di questo straordinario quanto estroso percorso romano. Da notare, però, che la direzione indicata dalla colomba è tutt’altra rispetto a quello che l’autore del volume ci vuole far credere…. una “licenza letteraria” che perdoneremo al caro Dan Brown.

Tra riferimenti storico-artistici più o meno reali, a volte puntualissimi e a volte fittizi, il fascinoso percorso si snoda attraverso alcuni luoghi-chiave di una delle stagioni artistiche più ricche di Roma, grazie soprattutto al mecenatismo papale. Ma quello suggerito dalla fantasia di Dan Brown, è solo uno degli innumerevoli percorsi insoliti che questa città, intrisa di storia e di arte come poche altre, può offrire. I misteri che essa cela sono ancora molti, basta essere accorti e saper leggere, tra le righe, le tracce lasciate su un monumento, una statua, una piazza e lasciare alla fantasia fare il suo corso….[2]

GIAN LORENZO BERNINI: l’uomo e il genio

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berniniIl 7 dicembre 1598 nasce a Napoli uno tra i più grandi artisti dell’arte italiana: Gian Lorenzo Bernini. Il giovane, figlio dello scultore Pietro Bernini, vive nella città partenopea i primi anni di vita, quelli che lasciano un’impronta profonda, assorbendone luce, musica e suoni. Il suo temperamento, al pari della sua opera, mostra un intenso carattere, è intenso, ai limiti della violenza, ribelle, ma anche inquieto e sensibile. “Homo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina, e per gloria di Roma a portar luce al secolo”, così lo avrebbe definito il cardinale e amico Maffeo Barberini, poi divenuto papa con il nome di Urbano VIII.

Tuttavia, se le sfumature che contraddistinguono la singola natura dell’uomo sono destinate a svanire nel tempo, continua l’opera che si ha avuto la forza ed il talento di costruire. Così, Gian Lorenzo Bernini, oggi come allora, resta un insuperato regista, arbitro assoluto del gusto artistico del proprio tempo. Quel che Michelangelo aveva rappresentato per il secolo precedente, Bernini lo attuò nella Roma del Seicento.

Nel decennio 1609-1619 Bernini inizia la sua attività, è solo l’inizio di un’ininterrotta successione di capolavori, all’interno di un’estesa parabola di vita durante la quale l’artista non lascerà mai Roma se non per un breve e non felice soggiorno in terra francese, alla corte di Luigi XIV, invitato dallo stesso monarca per ridisegnare il palazzo del Louvre.

Nel 1629, alla morte di Carlo Moderno, Bernini gli succede nell’incarico di primo architetto della Fabbrica di San Pietro. Gian Lorenzo inizia così un lungo periodo di egemonia artistica su Roma, la rivelazione di un genio, l’inizio di un sodalizio con la corte di Roma che lo porterà a ridisegnare il volto della città eterna; e questo al servizio continuativo di ben sei papi, con ognuno dei quali, seppur in misura diversa, mantiene stretti rapporti personali. Nella storia artistica italiana mai si è verificato un esempio contraddistinto da tali caratteristiche, una simile continuità creativa per un periodo così lungo e ad opera di un singolo artista. Ma è soprattutto negli anni del pontificato di papa Urbano VII Barberini che le commissioni artistiche per il Bernini costituiscono una vera e propria impresa titanica, che condurrà alla creazione di una miriade di capolavori.[1]

Con la morte di Urbano VII e la successiva elezione di papa Innocenzo X l’artista sperimentò un periodo di crisi con il mondo pontificio, dato dal fatto che il nuovo papa preferì Francesco Borromini, suo rivale, nella commissione di alcune opere.

Bernini ristabilì la sua reputazione di più grande artista di Roma sulle fondamenta più scivolose che esistano, cioè sull’acqua. L’opportunità, che gli venne dalla fonte più improbabile ossia il papa, si presentò con modalità che non si aspettava ma che, in qualche misura, aveva contribuito a determinare. Quando Palazzo Pamphili cominciò a prendere forma sulla piazza Navona, Innocenzo X si rese conto che il carattere della piazza stava cambiando. Essa doveva apparire come una delle piazze più importanti della città e il luogo dove sorgeva la casa della prima famiglia di Roma.

Nel 1647 Innocenzo decise che il centro della piazza della sua famiglia meritava un qualcosa di più signorile di un abbeveratoio: una splendida fontana. Il papa affidò a Borromini l’incarico di supervisore del progetto di ampliamento dell’acquedotto in modo che potesse fa affluire alla piazza una maggiore portata d’acqua. Innocenzo stava usando Borromini e le risorse ecclesiastiche per finanziare l’esaltazione della famiglia Pamphili proprio come Urbano aveva usato Bernini per celebrare i Barberini. Borromini suggerì a Innocenzo che questa nuova fontana dovesse commemorare i quattro grandi fiumi del mondo conosciuto – il Nilo, il Danubio, il Gange e il Rio della Plata – i quali, a loro volta, avrebbero rappresentato i quattro continenti noti: l’Africa, l’Europa, l’Asia e le Americhe. L’idea intrigò molto il papa al pari di un obelisco che decise di restaurare nella sua integrità ed inserire nella nuova fontana della piazza.[2]

Innocenzo chiese a Borromini e ad altri artisti di presentare un disegno per la fontana. Bernini, che si era autoproclamato “amico delle acque”, non fu invitato. Una sconfessione particolarmente clamorosa davanti al pubblico, visto che Bernini aveva già creato diverse fontane straordinarie a Roma, tra cui quella del Tritone in piazza Barberini. Secondo la frase celebre di Howard Hibbard, la fontana è “un’apoteosi dell’acqua, il mito diventa realtà”.[3]

Per la stretta associazione di Borromini con la fontana, dato che era stato lui a progettare l’acquedotto che avrebbe portato l’acqua fino alla piazza, nel Vaticano si dava per scontato che sarebbe stato lui ad ottenere la commissione, anche se l’artista aveva proposto un disegno privo di ogni ispirazione. Nei secoli sono circolate diverse storie per spiegare come Bernini riuscì ad assicurarsi la commissione per la Fontana dei Quattro Fiumi e a rientrare nelle grazie del Papa.

Il racconto più plausibile è quello secondo cui fu Nicolò Ludovisi ad escogitare un piano per fargli ottenere la commissione. Ludovisi, che di recente aveva sposato la nipote del papa donna Costanza Pamphili, convinse l’artista a disegnare e costruire un modello della fontana, anche se il papa non glielo aveva chiesto. Ludovisi fece portare quindi il modello a Palazzo Pamphili e, secondo Baldinucci, “in vedere una così nobile invenzione ed un disegno per una mola così vasta” il pontefice rimase “quasi in estasi” per l’entusiasmo. [4]

Quel che sia la ragione, Bernini era di nuovo nelle grazie pontefice. L’architetto prodigo era tornato. Il 10 luglio 1648 quando la commissione fu affidata a Bernini, “Borromini ebbe una serie di burrascosi incontri con il papa, era così arrabbiato e agitato che alcuni osservatori ebbero l’impressione che stesse per buttarsi nel Tevere”[5] Borromini andò dunque su tutte le furie, vedendo sfilare da sotto il naso il suo progetto dal suo più acerrimo rivale, d’altronde l’idea di erigere una fontana per celebrare i  quattro grandi fiumi, così come il progetto dell’acquedotto, era suo. Tutto ciò non fece comunque cambiare idea al papa su chi avesse dovuto disegnare la fontana.

D’altronde era impossibile criticare Bernini sul piano artistico, la Fontana dei Quattro fiumi è una meraviglia, colpisce oggi come colpì al termine della sua costruzione nel 1651.

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La fontana è composta dall’obelisco situato al centro e, seduti agli angoli, in precario equilibrio sulle sporgenze rocciose della base, quattro colossali figure nude impersonano ciascuna un fiume diverso. All’angolo sud ovest, più vicino a Palazzo Pamphili, Bernini collocò il barbuto Danubio, che fa un gesto con la mano destra verso est, in direzione della figura che raffigura il Gange, che ha la testa rivolta verso sud mentre sta a cavalcioni su un grosso remo immerso nell’acqua. Nell’angolo di nord ovest della fontana vediamo la figura che impersona il Rio della Plata. Non rende molto l’idea dell’America del Sud e rivela quanto poco si sapesse  del Nuovo Mondo nel XVII secolo; un uomo dall’aspetto moro, calvo ma con la barba, si appoggia all’indietro sul braccio destro, il braccio sinistro sopra la testa, come se stesse per ruzzolare via dalla fontana per evitare di essere travolto da una valanga invisibile. Nell’angolo nordest, con la testa coperta da un panno di pietra (ad indicare che la sorgente era ancora sconosciuta) sta il Nilo.

Queste figure sono circondate dai simboli dei continenti attraverso i quali i fiumi scorrono: le insegne papali e il cavallo per l’Europa cristiana; il remo per l’Asia; un serpente e delle monete d’oro sparse, allusive alle ricchezze del Nuovo Mondo, per le Americhe; una palma e un leone per l’Africa.

 


[1] Daniele Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, ATS Italia Editrice, 2009, pp. 3-9

[2] Ch. Avery, Bernini: Genius of the Baroque, Thames & Hudson, London 1997, p. 194

[3] H. Hibbard, Bernini, Penguin Books, New York 1965, p. 110

[4] Baldinucci, Vita di Gian Lorenzo Bernini, cit., p.102

[5] J. Connors, Virgilio Spada’s Defence of Borromini, in “Burlington Magazine” 131, 1989, pp. 75-90