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LA VERGINE DELLE ROCCE

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La vergine delle Rocce rappresenta un punto di svolta nella carriera di Leonardo, consacrandolo definitivamente come il più importante pittore del panorama artistico milanese. A commissionare il dipinto è la confraternita dell’Immacolata Concezione, un gruppo francescano secolare che prende il nome dalla teoria seconda la quale Maria sia nata senza peccato originale. Firmato nel 1483, il contratto prevedeva che il dipinto di Leonardo formasse parte di un polittico per la chiesa di San Francesco Grande a Milano. Inoltre la confraternita affidò a due colleghi del maestro toscano, Ambrogio ed Evangelista De Predis l’esecuzione di due tavole laterali raffiguranti angeli musicanti.

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A lungo il legame tra questo dipinto e una seconda versione dello stesso soggetto, oggi alla National Gallery di Londra, è stato avvolto nel mistero. Documenti legali dimostrano che Leonardo e i suoi colleghi non consegnarono mai le tavole originali alla confraternita. Tra i committenti e gli artisti si era venuta a creare una controversia originata dalla richiesta di altri soldi da parte dei pittori. Secondo quanto argomentato da questi, la bellezza del dipinto era tale da spingere un’altra persona ad offrire 400 lire per l’opera, ben più di quanto stipulato nel contratto. E’ possibile dunque che Leonardo abbia venduto il dipinto a questo acquirente (identificato con Ludovico Sforza o con Luigi XII di Francia) e che poi, con l’aiuto di Ambrogio, abbia eseguito un’altra versione del soggetto per la confraternita, questo secondo dipinto verrà portato a termine non più tardi del 1508.

L’immagine della Vergine e del Bambino si discosta radicalmente dalla tradizione sia nei dettagli iconografici,sia nella combinazione di figure sia nell’ambientazione.

Mancano le aureole e l’angelo non ha le ali, assenze che suggeriscono la volontà da parte di Leonardo di esprimere il carattere sacro ANGELOdelle figure attraverso nuove vie. Inginocchiata per terra Maria sporge la mano verso Gesù, qui retto da un elegante angelo, da alcuni identificato come l’arcangelo Gabriele. Il movimento disegnato dalle braccia della Madonna serve a collegare le figure di Giovanni e di Gesù e quindi a sottolineare i loro ruoli paralleli. Mentre la mano di Maria è sospesa sulla testa del Figlio, il dito puntato dell’angelo, gesto echeggiato dal bambino benedicente, riporta l’attenzione su Giovanni.

Il deserto dove Giovanni e Gesù si incontrano è immaginato da Leonardo come una nebbiosa grotta in mezzo ad una natura selvaggia, dominata da formazioni rocciose frastagliate e dalla vegetazione rigogliosa.

Le aperture della grotta sono bloccate da vere e proprie colonne di roccia modellate dall’erosione. Come i giardini recintati dell’arte medievale, questa inesplorata cavità potrebbe essere una metafora della verginità di Maria. Le piante, riprodotte con precisione sia sotto il profilo morfologico che su quello stagionale, comprendono l’erba di san Giovanni, il gelsomino e l’acanto, simboli rispettivamente di martirio, resurrezione e vittoria.

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IL SANTO GRAAL: L’ORIGINE DEL MITO

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Le origini della leggenda del Santo Graal si perdono nella storia: i racconti legati a “coppe” o “vasi sacri” si tramandavano già da lungo tempo per via orale da cantori, menestrelli e giullari di corte, ma il Graal come lo conosciamo noi oggi apparve alla fine del XII secolo in un’opera realizzata dallo scrittore Chretièn de Troyes, egli, inserendolo in uno dei suoi romanzi, diede vita al cosiddetto “ciclo del Graal”. Infatti, attorno al 1190 egli scrisse “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal[1], prendendo spunto dalla moltitudine di leggende ed aneddoti preesistenti su coppe ed altri recipienti di natura magica (di cui abbondava, ad esempio, la mitologia celtica: si pensi, ad esempio, al calderone magico di Bran).

Nulla però ci può dimostrare che Chretièn de Troyes sia stato l’inventore del mito del Graal, anzi, probabilmente il racconto più antico che ci è pervenuto sino ad ora sul Graal e la sua ricerca è una raccolta di antiche leggende gallesi intitolata “Mabinogion[2].

Chretièn de Troyes comunque, in qualità di scrivano presso la corte di Eleonora d’Aquitania a Poitiers ebbe l’opportunità di fare la conoscenza di artisti francesi, occitani, normanni e bretoni, e quindi di venire a contatto con una miriade di narrazioni orali che riflettevano le diverse tradizioni e culture del tempo. Fu infatti proprio grazie alla corte di Eleonora d’Aquitania che le leggende e i miti celtici penetrarono nella letteratura francese.

Contemporaneamente, sempre in quest’epoca, si erano sempre più andati sviluppando i racconti del ciclo arturiano, cioè un insieme di racconti che attingevano alla fonte davvero inesauribile dell’immaginario celtico, bretone o gallese ed erano incentrati intorno alla figura leggendaria di Artù, un condottiero vissuto intorno il ‘500 e diventato una figura mitica, che possedeva tutte le caratteristiche per soddisfare l’esigenza fortemente avvertita a quel tempo di un re portatore di un ideale di regalità superiore.

In questa visione era compreso anche il concetto di uguaglianza e proprio Artù era quel re che presiedeva un’assemblea di cavalieri che, essendo tutti di pari livello, sedevano intorno ad un tavolo circolare, la Tavola Rotonda.

Questi racconti, all’inizio nati indipendentemente l’uno dall’altro, erano confluiti in seguito in un corpo unico che si era poi andato legando alle storie del Graal. Gli eroi del Graal divennero eroi arturiani.

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Si può ritenere che la maggior parte dei testi che riguardano il Graal, essendo stati scritti in periodi di massacri, primi fra tutti quelli legati alle Crociate, rappresentino una specie di reazione a questi spaventosi eventi. Il Graal rappresentava una reazione ed una speranza, la speranza di una luce contrapposta al buio, alle tenebre della storia.

Nei manoscritti graaliani era contenuto  dunque il sogno di un mondo migliore, un mondo di pace e non tormentato dai massacri e il sogno del ritorno di una figura come quella di Artù, rappresentante di un mondo in cui i valori spirituali non soccombevano sotto il peso e la spinta dei più feroci istinti dell’uomo. Proprio quello che desideriamo e sogniamo anche noi oggi. Il fascino del Graal risiede proprio nella sua capacità di rappresentare il simbolo di un sogno immortale e intramontabile.

Ma torniamo all’opera di Chretièn de Troyes, nel romanzo, il cavaliere Parsifal, ospite nel castello del “Re Pescatore” Anfortas, assiste ad una strana cerimonia in cui appare per la prima volta un mistico oggetto definito “Graal”, realizzato in oro puro e tempestato di pietre preziose. L’etimologia della parola deriva dal latino “gradalis”, che a sua volta deriva da un arcaico termine celtico che significa “calice”.

Secondo alcuni documenti, le origini della leggenda del Graal risalirebbero ad un periodo precedente a quello dell’epoca d’oro del poema. Il monaco Helinandus, ad esempio, nella sue Cronache risalenti al 1204, parla della visione di un eremita britannico dell’VIII secolo. L’eremita, descrivendo questa visione definì questo calice “gradale”. Il temine sarebbe derivato dal francese: gradale o gréal indicano un ampio vassoio in cui deliziosi cibi vengono serviti, ed è quindi piacevole (agréable) mangiare da esso. Questa derivazione del termine Graal dalla parola francese è la più accettata tra gli studiosi.

Chretièn scrive del Graal senza però dirci di cosa si tratta, per cui esso emerge solo con una parola, Graal appunto, cioè un contenitore (ancora in occitanico moderno esiste il termine “gazala” che significa terrina). Nel testo il Graal è un nome comune, pertanto all’origine esso non è che un recipiente. A differenza dello stereotipo comune secondo cui il Graal  sarebbe un calice, in Chretièn esso è un ciborio, mai in quest’opera si parla di un vaso contenente il sangue del Cristo raccolto da Giuseppe D’Arimatea.

A Chretièn de Troyes appartiene il merito di essere stato il primo a trattare compiutamente la materia in un’opera letteraria. Egli però lascerà la sua opera incompiuta, e non c’è nessuna prova che egli abbia lasciato qualche minima indicazione di quale, secondo lui, dovesse essere la conclusione. Le successive continuazioni attingeranno alla medesima fonte a cui aveva attinto Chretien: i racconti celtici. A poco a poco però queste continuazioni si staccheranno dalla radice pagana e finiranno per cristianizzare il mito del Graal.

Molti hanno pensato che l’interruzione dell’opera di Chretien dipendesse dalla morte del poeta. Qualcuno ha sostenuto la tesi che tale interruzione sia dovuta a un motivo diverso; Chretièn avrebbe abbandonato deliberatamente la sua opera, lasciando ad altri la cura di completarla, come se si trattasse di un gioco collettivo degli scrittori dell’epoca, impegnati a turno a lavorare su uno stesso argomento.[3]

Questa incompiutezza del romanzo è il motivo principale dello sviluppo e del successo della leggenda; poiché gli elementi proposti da Chretièn erano molto enigmatici bisognava trovare un seguito. Ma ogni continuatore ha orientato la storia verso la fine più consona alle proprie idee. Ecco dunque che i diversi racconti sfociano verso strade differenti l’una dall’altra.

Fu solo successivamente, intorno al 1202, con “Le Roman de l’Estoire du Graal” di Robert de Boron[4], che la figura del Graal assume una connotazione puramente cristiana, essendo identificato, proprio nel libro, come il calice utilizzato da Gesù durante l’Ultima Cena, nel quale successivamente Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Gesù crocefisso. Il calice acquisì con il tempo delle straordinarie virtù, come quella di guarire o alleviare ogni sofferenza ed, addirittura, di donare l’immortalità a colui che ne beve e, soprattutto, che ne sia degno. Secondo una delle leggende più diffuse, colui che per primo ebbe il compito di custodire il Santo Graal fu appunto Giuseppe d’Arimatea. Quest’uomo era un ricco ebreo, membro del Sinedrio, del quale non aveva condiviso la condanna di Gesù (Luca, 23, 50 e seg.); era egli stesso un discepolo di Gesù, “ma di nascosto, per timore dei Giudei” (Giovanni, 19, 38).

Dopo la crocifissione di Gesù si recò da Pilato per chiedere la salma del martire ormai defunto. Una volta ottenuta un altro uomo, Nicodemo, provvide a cospargere il cadavere di aromi quali l’aloe e la mirra, Giuseppe lo avvolse in un lenzuolo (la Sacra Sindone) e lo depose nel sepolcro. Questo è quanto riportato dai Vangeli ufficiali.

Secondo la leggenda egli raccolse anche alcune gocce del suo sangue in un calice, che poi portò con sé in Bretagna durante la sua predicazione del Vangelo. Secondo la tradizione inglese invece, Giuseppe si recò con i suoi uomini fino all’isola di Avalon, l’odierna Glastonbury, e lì depose il calice. Esso venne poi consegnato ai cavalieri Templari, che l’avrebbero conservato nel castello di Montsalvat, dove solo i puri di cuore predestinati sarebbero potuti accedere e avrebbero ricevuto la salvezza celeste o, secondo altre tradizioni, l’immortalità. Influenza di Robert de Boron sull’evoluzione della leggenda e persino sull’interno ciclo arturiano è stata immensa; fu proprio questo scrittore ad incorporare la leggenda di Merlino e Artù, in precedenza indipendente.

Il tema del Graal ha trovato nel contesto tedesco una maturazione del tutto originale. L’ultima versione, sicuramente la più misteriosa e ambigua, del mito è quella dello scrittore tedesco Wolfram Von Eschenbach, Parzival, che si basa su uno schema pressoché identico a quello di Chretièn.

In questo romanzo il Graal viene indicato “Lapis exillis”, un vocabolo che a lungo si è cercato di decifrare. Le ipotesi più diffuse sono due: la prima secondo cui si tratta dell’errata trascrizione di “Lapis exiliis”, cioè “Pietra dell’esilio”, a evidenziare il cammino spirituale cui l’uomo deve percorrere per diventare degno di possedere il Graal. Altri autori, invece, suppongono che si tratti di una contrazione di “Lapis ex coelis”, vale a dire “Pietra dal cielo”, prendendo come riferimento la leggenda secondo cui il Graal sarebbe stato intagliato da uno smeraldo caduto in terra dalla testa di Lucifero durante la sua precipitazione agli Inferi dopo che l’angelo si era rivoltato al Creatore.

Tutte queste molteplici interpretazioni del Graal hanno dato origine ad un vero e proprio ciclo di romanzi chiamato “ciclo del Graal”. Questo ciclo si inserisce, a sua volta, in un filone ancora più grande costituito da tutta la letteratura cavalleresca bretone, avente per protagonista il Re Artù, diventato sovrano dopo essere riuscito ad estrarre la famosa “Spada nella Roccia”, ed i suoi Cavalieri della Tavola Rotonda: Parsifal, Lancillotto, Galahad, Tristano, ecc.


[1] Chretièn de Troyes,  Le roman de Perceval ou le Conte du Graal, a cura di W. Roach in Textes Litteraires Francais, ed. Geneve et Paris, 1959.

[2] Lady Charlotte Guest, The Mabinogion, Kessinger Publishing, 2010

[3] J.Markale, Il Graal, Mondadori, Milano 1999, p.45.

[4] Robert de Boron, Le Roman de l’Estoire du Graal (a cura di William Nitzte, Paris, 1927)