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LA ROMA ESOTERICA DI DAN BROWN

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Un insolito intreccio tra pura fantasia e realtà storica, una trama colma di ingegnosi quanto paradossali colpi di scena e uno stile narrativo disinvolto ed efficace sono alcuni degli elementi alla base del grande successo del romanzo Angeli e Demoni dell’americano Dan Brown. [1]

Ma sicuramente l’elemento che più di tutti ha costituito il giusto impulso alla stesura della fitta trama è senza dubbio la sua ambientazione “romana”.

Ma, attenzione, non si parla di una Roma cartolinesca o convenzionale, ma di una città-protagonista in cui alcuni dei suoi simboli artistico – architettonici diventano nella finzione narrativa segni visibili di un tracciato simbolico, creato da uno degli artisti più in auge della Roma barocca, Gian Lorenzo Bernini, che nel romanzo diventa il creatore di un percorso iniziatico attraverso quattro “altari della scienza” – così chiamati dalla setta segreta degli Illuminati – che il protagonista si troverà a percorrere tra mille vicissitudini. Ripercorriamo, dunque, le singole tappe alla scoperta di alcuni famosi luoghi della capitale visti, però, dall’insolita prospettiva del romanzo.

La rocambolesca indagine del protagonista, il prof. Robert Langdon – lo stesso che ritroviamo ne “Il Codice da Vinci” – attraverso una Roma affascinante e piena di mistero, prende il via dalle indicazioni celate nei versi di una poesia di John Milton, inserita in un fittizio trattato galileiano. Un testo indecifrabile che, ad un’attenta lettura, svelerà la prima delle quattro tappe di questo misterioso percorso.

La prima tappa del viaggio è la cappella Chigi a Santa Maria del Popolo, una delle tante affascinanti ricche chiese di Roma. Situata in una delle piazze più singolari della città, piazza del popolo, la chiesa è un vero e proprio forziere di opere d’arte. Ma nel romanzo ad essere prescelta come il primo dei quattro “altari della scienza” ognuno dei quali è associato a uno dei quattro elementi naturali – terra, acqua, vento, e fuoco, è la cappella Chigi. Lo scrittore descrive questa cappella raffaellesca in maniera molto dettagliata. Colpiscono i suoi affreschi e mosaici astronomico – astrologici ma anche i due monumenti funebri ospitanti i due Chigi – papa Alessandro VII Chigi fu uno dei papi-protettori del Bernini – disegnate da Raffaello con le loro caratteristiche piramidi marmoree.

La prima delle quattro tappe di questo simbolico percorso, legato all’elemento “terra” contiene anche l’indizio che porterà il prof. Langdon alla seconda sosta. Ed è proprio una delle due statue del Bernini, Abacuc e l’Angelo, adiacente l’altare della cappella ad indicare la via. Infatti l’Angelo sembra indicare una direzione ben precisa… e la breve quartina del poeta Milton ritrovata nel codice di Galileo (che indicherebbe simbolicamente il percorso iniziatico) recita proprio “lascia che gli angeli ti guidino nella tua nobile ricerca”.

abacuc

Dopo aver escluso varie possibilità, la direzione indicata dalla statua nella cappella porterebbe proprio a piazza San Pietro: ancora una forma ellittica, quella disegnata dal Bernini con al centro il famoso obelisco egizio proveniente dal vicino stadio di Nerone dove era situato anticamente. Ancora il leit motiv dell’ellisse, ancora un tremendo omicidio, ma stavolta manca l’elemento dell’angelo o una figura simile che dovrebbe indicare la terza tappa.

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Quasi un’imperfezione in questo che sembra un percorso puntualmente caratterizzato da elementi ricorrenti. L’autore, quindi, escogita un’altra soluzione per sopperire a questa mancanza: al posto dell’angelo ci sarà il bassorilievo del Bernini situato sul pavimento vicino all’obelisco, al  centro di un’enorme rosa dei venti, raffigurante un volto nell’atto di soffiare.

 

E ritorna dunque anche il simbolo dell’aria che corrisponde al secondo elemento associato al secondo altare della scienza. Sarà la direzione verso cui spira il soffio a guidare il protagonista al terzo luogo segreto, dove sta per compiersi il terzo crimine.

Un altro altare stavolta simboleggiato dall’elemento fuoco rappresenta la terza tappa; un indizio che metterà stavolta a dura prova le Bernini - Estasi di S. Teresa smallcapacità intuitive del geniale professore. Con l’ausilio di una mappa Langdon, tracciando una retta verso ovest, arriverà esattamente dalla parte opposta della città, in uno dei luoghi di Roma meno frequentati dai turisti: la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un chiesa seicentesca che, se architettonicamente non rappresenta quanto di meglio sia stato realizzato in quel periodo nella capitale, nasconde un’incredibile scenografia marmorea nella cappella Corsaro: l’estasi di Santa Teresa d’Avila, capolavoro berniniano. L’associazione all’elemento “fuoco” viene dal dardo infuocato con cui l’angelo colpisce la santa sotto l’effetto di una crisi mistica.

Un’opera volutamente ambigua, in cui la santa sembrerebbe piuttosto in preda ad una voluttuosa passione. Ancor più suggestiva la cappella che ospita l’opera, una sofisticata scenografia teatrale segnata da delicati giochi di luce e contornata da finti palchetti da cui sporgono i rappresentanti della famiglia Cornaro a cui la cappella è dedicata. Questa, più di ogni altra opera berniniana, ci illustra sapientemente il gusto teatrale dello stile barocco, quel fascino per il “meraviglioso” che tanto caratterizza molti luoghi della Roma seicentesca.

In questo terzo altare, l’assassinio sarà particolarmente feroce appiccando un incendio all’interno della chiesa. Scampato miracolosamente alla scena del delitto, l’indistruttibile protagonista si troverà ora di fronte al quarto enigma, il quarto altare della scienza simboleggiato dall’elemento “acqua”. Anche questa volta è proprio l’angelo dell’estasi di Santa Teresa ad indicare la direzione. Il braccio dell’angelo è rivolto infatti verso una direzione ben precisa, un luogo ancora una volta dominato dalla scenografia di un altro capolavoro berniniano, una piazza in cui l’acqua assurge a funzione di vera protagonista. La direzione indicata dalla statua ci porta a piazza Navona, sede dell’antico circo di Domiziano sui cui resti poggiano gli edifici odierni e al cui centro si trova il monumento per eccellenza dedicato all’acqua: la Fontana dei Quattro Fiumi.

Quale miglior luogo per indicare il quarto altare della scienza associato all’elemento “acqua”. Quarto altare, quarto assassinio – l’ultimo, almeno, tra quelli premeditati – e non poteva mancare il quarto indizio che porterà il protagonista alla “chiesa” dell’illuminazione, tappa finale del percorso che, guarda caso, viene indicata anche stavolta dalla direzione verso cui guarda la colomba col ramoscello d’olivo – figura inclusa nello stemma araldico dei Pamphili nonché simbolo pagano dell’angelo della pace – posta in cima all’obelisco sovrastante la Fontana. Il tragitto da qui all’ultima tappa del percorso è breve ma lasciamo a più pazienti lettori il seguito di questo straordinario quanto estroso percorso romano. Da notare, però, che la direzione indicata dalla colomba è tutt’altra rispetto a quello che l’autore del volume ci vuole far credere…. una “licenza letteraria” che perdoneremo al caro Dan Brown.

Tra riferimenti storico-artistici più o meno reali, a volte puntualissimi e a volte fittizi, il fascinoso percorso si snoda attraverso alcuni luoghi-chiave di una delle stagioni artistiche più ricche di Roma, grazie soprattutto al mecenatismo papale. Ma quello suggerito dalla fantasia di Dan Brown, è solo uno degli innumerevoli percorsi insoliti che questa città, intrisa di storia e di arte come poche altre, può offrire. I misteri che essa cela sono ancora molti, basta essere accorti e saper leggere, tra le righe, le tracce lasciate su un monumento, una statua, una piazza e lasciare alla fantasia fare il suo corso….[2]

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GIAN LORENZO BERNINI: l’uomo e il genio

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berniniIl 7 dicembre 1598 nasce a Napoli uno tra i più grandi artisti dell’arte italiana: Gian Lorenzo Bernini. Il giovane, figlio dello scultore Pietro Bernini, vive nella città partenopea i primi anni di vita, quelli che lasciano un’impronta profonda, assorbendone luce, musica e suoni. Il suo temperamento, al pari della sua opera, mostra un intenso carattere, è intenso, ai limiti della violenza, ribelle, ma anche inquieto e sensibile. “Homo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina, e per gloria di Roma a portar luce al secolo”, così lo avrebbe definito il cardinale e amico Maffeo Barberini, poi divenuto papa con il nome di Urbano VIII.

Tuttavia, se le sfumature che contraddistinguono la singola natura dell’uomo sono destinate a svanire nel tempo, continua l’opera che si ha avuto la forza ed il talento di costruire. Così, Gian Lorenzo Bernini, oggi come allora, resta un insuperato regista, arbitro assoluto del gusto artistico del proprio tempo. Quel che Michelangelo aveva rappresentato per il secolo precedente, Bernini lo attuò nella Roma del Seicento.

Nel decennio 1609-1619 Bernini inizia la sua attività, è solo l’inizio di un’ininterrotta successione di capolavori, all’interno di un’estesa parabola di vita durante la quale l’artista non lascerà mai Roma se non per un breve e non felice soggiorno in terra francese, alla corte di Luigi XIV, invitato dallo stesso monarca per ridisegnare il palazzo del Louvre.

Nel 1629, alla morte di Carlo Moderno, Bernini gli succede nell’incarico di primo architetto della Fabbrica di San Pietro. Gian Lorenzo inizia così un lungo periodo di egemonia artistica su Roma, la rivelazione di un genio, l’inizio di un sodalizio con la corte di Roma che lo porterà a ridisegnare il volto della città eterna; e questo al servizio continuativo di ben sei papi, con ognuno dei quali, seppur in misura diversa, mantiene stretti rapporti personali. Nella storia artistica italiana mai si è verificato un esempio contraddistinto da tali caratteristiche, una simile continuità creativa per un periodo così lungo e ad opera di un singolo artista. Ma è soprattutto negli anni del pontificato di papa Urbano VII Barberini che le commissioni artistiche per il Bernini costituiscono una vera e propria impresa titanica, che condurrà alla creazione di una miriade di capolavori.[1]

Con la morte di Urbano VII e la successiva elezione di papa Innocenzo X l’artista sperimentò un periodo di crisi con il mondo pontificio, dato dal fatto che il nuovo papa preferì Francesco Borromini, suo rivale, nella commissione di alcune opere.

Bernini ristabilì la sua reputazione di più grande artista di Roma sulle fondamenta più scivolose che esistano, cioè sull’acqua. L’opportunità, che gli venne dalla fonte più improbabile ossia il papa, si presentò con modalità che non si aspettava ma che, in qualche misura, aveva contribuito a determinare. Quando Palazzo Pamphili cominciò a prendere forma sulla piazza Navona, Innocenzo X si rese conto che il carattere della piazza stava cambiando. Essa doveva apparire come una delle piazze più importanti della città e il luogo dove sorgeva la casa della prima famiglia di Roma.

Nel 1647 Innocenzo decise che il centro della piazza della sua famiglia meritava un qualcosa di più signorile di un abbeveratoio: una splendida fontana. Il papa affidò a Borromini l’incarico di supervisore del progetto di ampliamento dell’acquedotto in modo che potesse fa affluire alla piazza una maggiore portata d’acqua. Innocenzo stava usando Borromini e le risorse ecclesiastiche per finanziare l’esaltazione della famiglia Pamphili proprio come Urbano aveva usato Bernini per celebrare i Barberini. Borromini suggerì a Innocenzo che questa nuova fontana dovesse commemorare i quattro grandi fiumi del mondo conosciuto – il Nilo, il Danubio, il Gange e il Rio della Plata – i quali, a loro volta, avrebbero rappresentato i quattro continenti noti: l’Africa, l’Europa, l’Asia e le Americhe. L’idea intrigò molto il papa al pari di un obelisco che decise di restaurare nella sua integrità ed inserire nella nuova fontana della piazza.[2]

Innocenzo chiese a Borromini e ad altri artisti di presentare un disegno per la fontana. Bernini, che si era autoproclamato “amico delle acque”, non fu invitato. Una sconfessione particolarmente clamorosa davanti al pubblico, visto che Bernini aveva già creato diverse fontane straordinarie a Roma, tra cui quella del Tritone in piazza Barberini. Secondo la frase celebre di Howard Hibbard, la fontana è “un’apoteosi dell’acqua, il mito diventa realtà”.[3]

Per la stretta associazione di Borromini con la fontana, dato che era stato lui a progettare l’acquedotto che avrebbe portato l’acqua fino alla piazza, nel Vaticano si dava per scontato che sarebbe stato lui ad ottenere la commissione, anche se l’artista aveva proposto un disegno privo di ogni ispirazione. Nei secoli sono circolate diverse storie per spiegare come Bernini riuscì ad assicurarsi la commissione per la Fontana dei Quattro Fiumi e a rientrare nelle grazie del Papa.

Il racconto più plausibile è quello secondo cui fu Nicolò Ludovisi ad escogitare un piano per fargli ottenere la commissione. Ludovisi, che di recente aveva sposato la nipote del papa donna Costanza Pamphili, convinse l’artista a disegnare e costruire un modello della fontana, anche se il papa non glielo aveva chiesto. Ludovisi fece portare quindi il modello a Palazzo Pamphili e, secondo Baldinucci, “in vedere una così nobile invenzione ed un disegno per una mola così vasta” il pontefice rimase “quasi in estasi” per l’entusiasmo. [4]

Quel che sia la ragione, Bernini era di nuovo nelle grazie pontefice. L’architetto prodigo era tornato. Il 10 luglio 1648 quando la commissione fu affidata a Bernini, “Borromini ebbe una serie di burrascosi incontri con il papa, era così arrabbiato e agitato che alcuni osservatori ebbero l’impressione che stesse per buttarsi nel Tevere”[5] Borromini andò dunque su tutte le furie, vedendo sfilare da sotto il naso il suo progetto dal suo più acerrimo rivale, d’altronde l’idea di erigere una fontana per celebrare i  quattro grandi fiumi, così come il progetto dell’acquedotto, era suo. Tutto ciò non fece comunque cambiare idea al papa su chi avesse dovuto disegnare la fontana.

D’altronde era impossibile criticare Bernini sul piano artistico, la Fontana dei Quattro fiumi è una meraviglia, colpisce oggi come colpì al termine della sua costruzione nel 1651.

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La fontana è composta dall’obelisco situato al centro e, seduti agli angoli, in precario equilibrio sulle sporgenze rocciose della base, quattro colossali figure nude impersonano ciascuna un fiume diverso. All’angolo sud ovest, più vicino a Palazzo Pamphili, Bernini collocò il barbuto Danubio, che fa un gesto con la mano destra verso est, in direzione della figura che raffigura il Gange, che ha la testa rivolta verso sud mentre sta a cavalcioni su un grosso remo immerso nell’acqua. Nell’angolo di nord ovest della fontana vediamo la figura che impersona il Rio della Plata. Non rende molto l’idea dell’America del Sud e rivela quanto poco si sapesse  del Nuovo Mondo nel XVII secolo; un uomo dall’aspetto moro, calvo ma con la barba, si appoggia all’indietro sul braccio destro, il braccio sinistro sopra la testa, come se stesse per ruzzolare via dalla fontana per evitare di essere travolto da una valanga invisibile. Nell’angolo nordest, con la testa coperta da un panno di pietra (ad indicare che la sorgente era ancora sconosciuta) sta il Nilo.

Queste figure sono circondate dai simboli dei continenti attraverso i quali i fiumi scorrono: le insegne papali e il cavallo per l’Europa cristiana; il remo per l’Asia; un serpente e delle monete d’oro sparse, allusive alle ricchezze del Nuovo Mondo, per le Americhe; una palma e un leone per l’Africa.

 


[1] Daniele Pinton, Bernini. I percorsi dell’arte, ATS Italia Editrice, 2009, pp. 3-9

[2] Ch. Avery, Bernini: Genius of the Baroque, Thames & Hudson, London 1997, p. 194

[3] H. Hibbard, Bernini, Penguin Books, New York 1965, p. 110

[4] Baldinucci, Vita di Gian Lorenzo Bernini, cit., p.102

[5] J. Connors, Virgilio Spada’s Defence of Borromini, in “Burlington Magazine” 131, 1989, pp. 75-90