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L’ARCHITETTO OCCULTO DEL BAROCCO: FRANCESCO BORROMINI

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Francesco Borromini (1599-1667), il grande architetto ticinese che rivoluzionò l’architettura del suo tempo con la sua particolarissima concezione dello spazio. Data la cattiva reputazione di cui godette l’arte barocca, egli fu troppo a lungo trascurato e incompreso e soltanto da poco è stato approfondito lo studio dei suoi messaggi simbolici. Egli era a tutti gli effetti un personaggio fuori dal comune. Di carattere introverso e tutto immerso nell’elaborazione delle sue creazioni artistiche, o nello studio dei suoi libri, non provava alcun interesse per il denaro e rifuggiva dal fasto. Schivo com’era di contatti umani superficiali, non godeva certo dello stesso successo mondano del suo grande rivale Bernini, che al contrario era perfettamente a suo agio nell’atmosfera festosa e un po’ falsa della Corte pontificia e poteva beneficiare quindi di grandi riconoscimenti e di cospicui compensi. Come fa notare Leros Pittoni nel suo libro Francesco Borromini. L’iniziato[1], il nostro artista apparentemente tace: “Non dialoga in ricchi giochi di parole, non ha la rumorosità vibrante di accesi colori. Sembra muto… Il silenzio è nudità, ascetismo, dovuto alla povera materia che adopera nel costruire. Un solo colore. Il bianco. Un colore solo, una sola sottile di vibrazione. E simboli. Tanti, a volte anche da scoprire.” Il suo silenzio è in realtà ricco di significati: egli era infatti un “iniziato”. Apparteneva alla cooperazione dei Muratori, da cui trarrà origine la massoneria, che nasce ufficialmente nel 1717. La corporazione, di stretta osservanza cristiana, aveva la sua sede nella Basilica dei Quattro Coronati al Celio. La sua regola era: “Esporre segretamente e dimostrare silenziosamente”.

Per questo motivo troviamo nell’opera borrominiana una complessa simbologia occulta, che va al di là della sua genialità di architetto. Quello che i biografi contemporanei giudicavano delle stranezze possono invece rispecchiare le sue conoscenze ermetiche. Messaggi esoterici sono racchiusi nelle stelle, nei quadrati, nei cerchi, nei triangoli, come pure nelle croci, nelle palme, e in tutti gli elementi che abbondano nelle sue decorazioni.

SANDopo gli esordi come scalpellino nella fabbrica di San Pietro, l’architetto ticinese diede prova della sua genialità nella chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane. Il diminutivo del nome è legato alle piccole dimensioni dell’edificio sacro, corrispondenti a quelle di un pilastro della cupola di San Pietro. Ma, nonostante questa limitatezza, il Borromini riuscì ad ottenere un effetto di dilatazione dei volumi, grazie alla sua ricerca di luce, che sarà poi una costante di tutta la sua arte.

La facciata, su via del Quirinale, è caratterizzata da un andamento vivace. Ma, forse, più che l’esterno, ciò che colpisce maggiormente è l’interno, dalla singolare pianta ellittica, aperta in profonde nicchie, dove lo slancio ascensionale si concretizza nella bianca cupola, sapientemente decorata a lacunari ottagonali, esagonali e a croce.

Nella chiesa di San Carlino troviamo tre cerchi saldati tra loro che simboleggiano la Trinità. All’interno è collocato il sole. Sono posti nei quattro punti cardinali del tamburo della volta, ma sono talmente piccoli che quasi sfuggono ad un osservatore poco attento. Un altro simbolo della Trinità è il triangolo con la colomba dello Spirito Santo inscritto entro un cerchio con raggi tutt’intorno, che troviamo nel punto più alto della cupola.

 

 colomba

La palma con le foglie appuntite evoca i raggi del sole. Troviamo due palme ellittiche che si congiungono verso l’alto con una corona sormontata da cinque fiamme sulla facciata ai lati dell’entrata. Nella chiesa abbondano alcune figure geometriche come l’ottagono, che troviamo nelle decorazioni della cupola, nei capitelli delle colonne e nel pozzo situano nel chiostro. L’ottagono vuole alludere alla vita eterna che si raggiunge immergendo il neofita nella fonte battesimale.

Tutte le opere romane del Borromini sono significative e ricche di elementi originali, ma quella che universalmente è ritenuta il suo capolavoro è la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza.

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L’antica Università di Roma, istituita nel Medioevo sotto Bonifacio VIII, è contraddistinta, fin dal Quattrocento, con il nome di “La Sapienza”.

Il Borromini fu chiamato a completare il palazzo e a costruire la chiesa sotto papa Urbano VIII Barberini, ma i lavori proseguirono sotto i pontificati di Innocenzo X Pamphili e di Alessandro VII Chigi. I simboli dei loro stemmi vengono utilizzati dall’artista come motivi ornamentali.

Alla facciata concava, che sembra racchiudere l’osservatore in un abbraccio, segue la cupola più inconfondibile di Roma con un lanternino lobato a contorno ottagonale che si avvolge in una sorprendente spirale terminante in una corona circondata da lingue di fuoco, da cui prende il volo in un gioco di trasparenze un piedistallo composto da archi di ferro, che sostiene il globo con sopra la colomba Pamphilia col ramoscello d’ulivo in bocca e alla croce gigliata.

 

La pianta della chiesa è costituita da due triangoli sovrapposti in modo da dare origine ad una stella a sei punte; si tratta del sigillo di Salomone che racchiude la sintesi del pensiero ermetico e massonico; il sigillo infatti contiene i quattro elementi così simboleggiati: il fuoco dal triangolo con il vertice verso l’alto, l’acqua da quello con il vertice in basso, il triangolo superiore più piccolo è l’aria, mentre l’inferiore indica la terra.

 

sigillo

Nell’interno della cupola sono raffigurate 111 stelle, numero che può essere considerato come un 3 (1+1+1). Il numero 3 è il numero del cielo ed esprime le tre fasi dell’evoluzione mistica: purificazione, illuminazione, congiunzione con Dio. Le stelle sono suddivise in 12 alzate come il numero degli apostoli.

Borromini - S. Ivo alla sapienza piantaLe stelle sono alternativamente a otto e sei punte, numeri ricorrenti nella simbologia borrominiana, come abbiamo già visto a San Carlino.

Anche il pavimento della chiesa è caratterizzato da una complessa simbologia: sono esagoni formati d

a una metà nera e una metà bianca, che rappresentano i contrasti che caratterizzano la vita del corpo e quella dello spirito, cioè la luce e le tenebre, la virtù e il vizio. Questo tipo di pavimento a mosaico è una memoria del tempio di Salomone.

 

Le opere di Borromini sembrano proprio ispirate al valore mistico dei numeri e alle tradizioni ermetiche, pur rimanendo sempre fedele “al Culto, a Dio e alla Santa Chiesa”. Meravigliò pertanto la sua morte da suicida e in effetti ci sono molti dubbi e perplessità al riguardo. Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, ma nessuna epigrafe segnò la sua sepoltura finché nel 1994 è stata posta una lapida con la semplice scritta: “Franciscus Borromini”.[2]


[1] Leros Pittoni, Francesco Borromini: l’iniziato, De Luca, 1995

[2] Nica Fiori, Roma arcana: I misteri della Roma più segreta, Edizioni Mediterranee, pp. 126-134

L’ANELLO

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Per la sua forma senza inizio né fine l’anello è, da sempre, simbolo di eternità. Dal latino “anulus”, diminutivo di “anus”, derivano l’italiano anello, il francese anneau, lo spagnolo anillo; mentre nelle lingue germaniche (tedesco der ring, inglese ring) deriva da un antico termine alto tedesco hring.

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Fin dall’antichità quest’oggetto è presente nella storia dell’umanità e, ben presto, accentra intorno a sé molti significati simbolici, allacciandosi a motivi magico – rituali o iniziatici. Il cerchio vuoto è da un lato rappresentazione dell’infinito: in moltissime leggende antiche l’anello rende invisibile chi lo indossa.

Perché l’anello è considerato un oggetto magico? Il suo potere affonda negli antichissimi “culti dei fabbri”, in cui l’arte della metallurgia e dello sciamanesimo erano accomunati nel soggiogare le forze ignote del mondo.

Su questa base, già in epoca preclassica, si vedeva l’anello come garante del potere terreno di re e sacerdoti. In questa veste l’anello si legò, nella leggenda, a elementi “misterici” preesistenti, dando origine alle molte varianti dell’anello magico, elemento importantissimo delle narrazioni fantastiche dall’inizio della letteratura ai giorni nostri.

Il cerchio simboleggia la perfezione e l’immagine dell’autorità. Gli anelli vengono considerati come amuleti di potere, di forza, di divinità, di indipendenza e di sicurezza. Secondo la leggenda, possono anche essere talismani magici che donano, a coloro che li indossano, proprietà soprannaturali, tanto da diventare invisibili.

L’origine degli anelli magici è tutt’oggi sconosciuta. Gli antichi egizi e gli ebrei incidevano sugli anelli parole o frasi magiche. L’anello rappresenta anche la difesa, la protezione ed il controllo. In alcune antiche culture è stato riscontrato che l’anello possedeva la capacità di legare la connessione tra mente e corpo. L’anello è simbolo d’integrità, unità, e di vincolo (soprattutto del matrimonio). “Nella mitologia greca si narra come Zeus permise ad Eracle di liberare Prometeo  a condizione che quest’ultimo portasse un anello di ferro a cui era incastonato un frammento di roccia del Caucaso, al quale era incatenato, affinché si compisse simbolicamente il castigo imposto”[1].

Durante il Medioevo si incidevano anelli con formule magiche che venivano considerati come amuleti del popolo contro le malattie. Alcuni anelli erano ornati con pietre preziose: ad esempio i soldati nell’antichità portavano un anello ornato con un diaspro rosso, pietra associata al sangue, per evitare la morte e la perdita di sangue dovuta alle gravi ferite.

Presso gli antichi Romani portare un anello al dito era un diritto regolato dalla legge, ed un segno onorifico: lo Stato riconosceva questo diritto come ricompensa di imprese belliche. Con il passare del tempo divenne l’emblema di un ambasciatore, poi il sigillo di un potere politico ed infine di una classe sociale. Un po’ alla volta quest’oggetto divenne il simbolo della proprietà, soprattutto quando si iniziarono ad usare gli anelli a sigillo. Fu infine simbolo della ricchezza, della libertà, o semplicemente di un impegno preso, del quale si teneva a mostrare il segno. Con il tempo divenne poi un semplice ornamento. Queste abitudini vennero acquisite anche dalla Chiesa. Nel IX secolo l’anello era divenuto il segno dell’autorità episcopale. Nel XII secolo un anello matrimoniale era dato alle vergini cristiane nel giorno della loro consacrazione religiosa.

Solo dopo il XV secolo si parla dell’”anello piscatorio”, anello pontificale sempre spezzato alla morte del Papa, chiamato così perché rappresenta l’effige dell’apostolo Pietro mentre pesca con la rete.

ANELLO PISCA

L’anello con sigillo su cui sono incisi simboli, come l’anello indossato dal Pontefice, ha la facoltà di autenticare i documenti e giustificare le rivendicazioni di proprietà. In età medievale l’anello è simbolo del fidanzamento (nodo) e del matrimonio. Gli anelli spezzati simboleggiano le promesse rotte, il loro smarrimento, secondo la credenza popolare, annuncia una disgrazia. Ai moribondi l’anello veniva sfilato per facilitare il loro distacco con la vita terrena.

Grande importanza era attribuita durante l’alto medioevo agli anelli-gioiello, perché ad essi era legata una benedizione o una maledizione. G.A. Böckler nel 1688 scrive: “più volte nei blasoni si vedono anelli il cui significato è l’onore, la fedeltà e l’infinita fermezza. Quando un subalterno riceve un anello da un principe, ciò è segno di una grazia infinitamente grande; qualcosa di analogo riferisce Aristotele, secondo il quale i Cartaginesi conferivano ai loro ufficiali tanti anelli quante erano le vittorie che essi avevano conseguito sul nemico, il che quindi significa che anticamente l’anello doveva essere, com’è ancora, un segno di nobiltà”. [2]


[1] Cecilia Gatto Trocchi, Enciclopedia Illustrata dei Simboli, Gremese Editore, p. 38

[2] Böckler G.A., Ars Heraldica. Das ist: Hoch-edle Teutsche Adels-Kunst, Nürnberg 1688

LA CROCE

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La croce come strumento di supplizio era un’atrocità del mondo romano. In memoria di Cristo, Costantino soppresse questo tipo di esecuzione in favore delle condanne alla pena capitale. È per questo motivo che le prime rappresentazioni della crocifissione di Gesù non appaiono prima del V secolo e, in principio, timidamente.

È solo a partire dal VI secolo che esse si moltiplicano. Poiché la morte di Cristo sulla croce costituiva un elemento essenziale della loro fede, i primi cristiani non potevano non parlarne. Molto presto i cristiani trovarono un segno simbolico per designare nel contempo la croce e Cristo. Ripresero il segno che corrisponde all’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.

Questo segno aveva la forma di un + o di una x. Tracciandolo sulla fronte ci si faceva il segno della croce. È dunque questo segno che il battezzatore tracciava sulla fronte del catecumeno: proprio in tal modo si indicava che costui entrava a far parte del popolo di Dio.

Il segno +, che ricorda una croce, è detto “croce greca”. Quando questo segno è circondato da un cerchio evoca la croce gloriosa e dunque la resurrezione. Questo simbolo di Cristo è specialmente presente in Oriente. Nel mondo latino prevale piuttosto la forma a “croce latina”.

 

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I cristiani egiziani utilizzarono, a partire dal IV secolo, l’ankh, il geroglifico che significava “vita” e che era visibile ovunque, nelle iscrizioni e nelle raffigurazioni dei templi.

Ankh

 

Essi ne fecero il simbolo della croce di Cristo che, trionfante sulla morte, procura la vita eterna ai battezzati. Per la forma che la caratterizza questa croce è detta “ansata” o anche “chiave di vita” per il suo significato e il disegno a forma di chiave.

 

È un simbolo del centro, dell’accordo tra attività e passività, dell’uomo perfetto.

Esistono molte specie di croci, dalle forme ben distinte e che spesso hanno solo un rapporto discutibile o ingannatore con l’emblema cristiano.

Inizialmente potrebbe sembrare che, dal momento in cui il cristianesimo fu praticato liberamente, la rappresentazione delle scene del Calvario dovesse divenire frequente, poiché si trattava di uno dei momenti culminanti della storia di Cristo.

Invece no, perché l’orrore del supplizio della croce era nella memoria di tutti. In numerose occasioni i generali romani non avevano temuto di mettere a morte con questo supplizio centinaia di uomini, e si comprende come questa forma di esecuzione abbia conservato molto a lungo la sua reputazione di infamia.

Bisognò innanzitutto abolire questo supplizio, perché non si poteva riservare questa morte ai traditori e ai peggiori criminali, e, nel contempo, utilizzare questo simbolo su scudi e stendardi.

Ci si era abituati per tanto tempo ad avere soltanto disprezzo verso i crocifissi, che non si poteva da un giorno all’altro avere stima per loro. Ci vollero da tre a quattro generazioni per mutare questo stato d’animo. Si passò quindi dal totale disprezzo all’adorazione più devota: spesso nella storia si passò così da un estremo all’altro.

Si iniziò a mostrare la croce dappertutto: sulla soglia delle abitazioni private e dei templi, sulla sommità delle basiliche, al collo dei fedeli, sulle monete. La si usò per decorare diademi e scettri imperiali.

L’uso liturgico della croce divenne sempre più frequente. Tuttavia bisogna constatare che, nonostante questo sfoggio straordinario della croce come segno di una verità religiosa, l’aspetto storico della crocifissione è stato trascurato per molto tempo.

Solo dopo il Concilio di Caledonia nel 451 si passò dall’immagine rappresentativa del crocifisso al “Crocifisso” stesso, considerandolo una riproduzione della morte di Gesù.

La devozione verso questo simbolo ebbe una tale estensione nell’adorazione popolare che questo oggetto di culto è divenuto il simbolo della Chiesa cattolica.

La croce ha subito nel tempo numerose modifiche e la si può trovare in svariate forme ognuna delle quali ha assunto un significato diverso: la croce ansata, che come si è visto prima era quella usata dagli Egizi.

La croce di Malta, insegna del primo ordine religioso e militare generato dalle Crociate.

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La croce di Sant’Andrea, che fa riferimento proprio alla croce dove venne fatto morire il santo.

La croce uncinata o gammata o meglio conosciuta come “svastica” che stava a simboleggiare la riunione di due elementi.

Svastica

La croce è sempre il simbolo della fede nel messaggio redentore di Cristo crocifisso, ma è anche il simbolo della rassegnazione perché ricorda l’obbedienza di Gesù fino alla morte. Infine, è il simbolo dell’onore, perché tutto il popolo cristiano rende omaggio a colui che è morto sul Calvario. È proprio per onorare un cittadino che lo Stato gli dà una croce, sia essa d’onore, di merito o di guerra.