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LA SOCIETA’ MODERNA E L’APPROPRIAZIONE INDEBITA DI SIMBOLI

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Esistono due forme espressive di linguaggio: linguaggio diretto e linguaggio indiretto. Nel linguaggio diretto prevale l’uso della parola e si ha dunque un’immediata comprensibilità. Il linguaggio indiretto, invece, è espressivamente più ricco, ma anche più controverso e quindi fraintendibile. Entrambi sono molto importanti, poiché sono forme di comunicazione complementari. Il linguaggio indiretto, in particolare, non esprime un solo significato, ma al suo interno ne comprende molti, e comporta un’interpretazione delle metafore e dei simboli di cui è composto. Infatti, il simbolo è un artefatto comunicativo, ed è considerato non per quello che è di per sé, ma per quello che è in grado di rappresentare.

Oggi i segnali non verbali sono una forma di comunicazione alternativa, fungono da sostegno al messaggio diretto. Le movenze di una persona, il modo di gesticolare, l’intonazione della voce, ed altri fattori risultano avere una grande importanza. La costruzione del discorso, i colori e i suoni, contribuiscono a rendere il messaggio più agevolmente percepibile. L’originalità , lo stile, la logica dell’argomento persuasivo e la pertinenza sono fra i fondamentali “strumenti” di persuasione legati all’oratoria. Infine, hanno un grande rilievo, sempre parlando di persuasione, la semplicità, la brevità concisa ma efficace, del messaggio stesso. Ad esempio gli slogan pubblicitari, gli aforismi, le sentenze sono costituiti da frasi ricche d’idee e soprattutto sintetiche, orecchiabili e coinvolgenti, destinate a rimanere impresse nella mente, e, quindi, a persuadere la persona al quale sono rivolti.[1]

In una delle scene iniziali de “Il Codice Da Vinci”, quando entra in scena il protagonista professor Robert Langdon, risulta immediatamente comprensibile quanto il simbolismo sia un elemento trainante della storia, quanto un simbolo, una colomba piuttosto che una croce uncinata, assuma un valore che va oltre la sua concezione fino a rappresentare ideali astratti come la pace o un progetto politico.

La società di oggi purtroppo va ad una velocità tale che spesso si fa fatica a riconoscere e caratterizzare i vari simboli che ci scorrono davanti ed è molto facile cadere in errore. La svastica o croce uncinata, ad esempio, che come abbiamo già visto fu adottata dal Terzo Reich durante i terribili anni della seconda guerra mondiale: per molti rappresenta la tristezza e il buio che caratterizzò quel periodo dominato da Hitler ma, in realtà, è un simbolo di prosperità e fortuna, adottato da alcune civiltà antiche tra cui i Greci. In questo caso è avvenuta una vera e propria appropriazione indebita di un simbolo e una modificazione criminale del significato storico dello stesso per piegarlo ad un ideale sicuramente meno nobile.

Nella società odierna ci sono numerosi di questi esempi, anche se meno drammatici, alcuni casuali, altri voluti, altri ancora erroneamente associati a un qualcosa cui in realtà sono lontani anni luce.[2]

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LA ROMA ESOTERICA DI DAN BROWN

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Un insolito intreccio tra pura fantasia e realtà storica, una trama colma di ingegnosi quanto paradossali colpi di scena e uno stile narrativo disinvolto ed efficace sono alcuni degli elementi alla base del grande successo del romanzo Angeli e Demoni dell’americano Dan Brown. [1]

Ma sicuramente l’elemento che più di tutti ha costituito il giusto impulso alla stesura della fitta trama è senza dubbio la sua ambientazione “romana”.

Ma, attenzione, non si parla di una Roma cartolinesca o convenzionale, ma di una città-protagonista in cui alcuni dei suoi simboli artistico – architettonici diventano nella finzione narrativa segni visibili di un tracciato simbolico, creato da uno degli artisti più in auge della Roma barocca, Gian Lorenzo Bernini, che nel romanzo diventa il creatore di un percorso iniziatico attraverso quattro “altari della scienza” – così chiamati dalla setta segreta degli Illuminati – che il protagonista si troverà a percorrere tra mille vicissitudini. Ripercorriamo, dunque, le singole tappe alla scoperta di alcuni famosi luoghi della capitale visti, però, dall’insolita prospettiva del romanzo.

La rocambolesca indagine del protagonista, il prof. Robert Langdon – lo stesso che ritroviamo ne “Il Codice da Vinci” – attraverso una Roma affascinante e piena di mistero, prende il via dalle indicazioni celate nei versi di una poesia di John Milton, inserita in un fittizio trattato galileiano. Un testo indecifrabile che, ad un’attenta lettura, svelerà la prima delle quattro tappe di questo misterioso percorso.

La prima tappa del viaggio è la cappella Chigi a Santa Maria del Popolo, una delle tante affascinanti ricche chiese di Roma. Situata in una delle piazze più singolari della città, piazza del popolo, la chiesa è un vero e proprio forziere di opere d’arte. Ma nel romanzo ad essere prescelta come il primo dei quattro “altari della scienza” ognuno dei quali è associato a uno dei quattro elementi naturali – terra, acqua, vento, e fuoco, è la cappella Chigi. Lo scrittore descrive questa cappella raffaellesca in maniera molto dettagliata. Colpiscono i suoi affreschi e mosaici astronomico – astrologici ma anche i due monumenti funebri ospitanti i due Chigi – papa Alessandro VII Chigi fu uno dei papi-protettori del Bernini – disegnate da Raffaello con le loro caratteristiche piramidi marmoree.

La prima delle quattro tappe di questo simbolico percorso, legato all’elemento “terra” contiene anche l’indizio che porterà il prof. Langdon alla seconda sosta. Ed è proprio una delle due statue del Bernini, Abacuc e l’Angelo, adiacente l’altare della cappella ad indicare la via. Infatti l’Angelo sembra indicare una direzione ben precisa… e la breve quartina del poeta Milton ritrovata nel codice di Galileo (che indicherebbe simbolicamente il percorso iniziatico) recita proprio “lascia che gli angeli ti guidino nella tua nobile ricerca”.

abacuc

Dopo aver escluso varie possibilità, la direzione indicata dalla statua nella cappella porterebbe proprio a piazza San Pietro: ancora una forma ellittica, quella disegnata dal Bernini con al centro il famoso obelisco egizio proveniente dal vicino stadio di Nerone dove era situato anticamente. Ancora il leit motiv dell’ellisse, ancora un tremendo omicidio, ma stavolta manca l’elemento dell’angelo o una figura simile che dovrebbe indicare la terza tappa.

WEST

Quasi un’imperfezione in questo che sembra un percorso puntualmente caratterizzato da elementi ricorrenti. L’autore, quindi, escogita un’altra soluzione per sopperire a questa mancanza: al posto dell’angelo ci sarà il bassorilievo del Bernini situato sul pavimento vicino all’obelisco, al  centro di un’enorme rosa dei venti, raffigurante un volto nell’atto di soffiare.

 

E ritorna dunque anche il simbolo dell’aria che corrisponde al secondo elemento associato al secondo altare della scienza. Sarà la direzione verso cui spira il soffio a guidare il protagonista al terzo luogo segreto, dove sta per compiersi il terzo crimine.

Un altro altare stavolta simboleggiato dall’elemento fuoco rappresenta la terza tappa; un indizio che metterà stavolta a dura prova le Bernini - Estasi di S. Teresa smallcapacità intuitive del geniale professore. Con l’ausilio di una mappa Langdon, tracciando una retta verso ovest, arriverà esattamente dalla parte opposta della città, in uno dei luoghi di Roma meno frequentati dai turisti: la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Un chiesa seicentesca che, se architettonicamente non rappresenta quanto di meglio sia stato realizzato in quel periodo nella capitale, nasconde un’incredibile scenografia marmorea nella cappella Corsaro: l’estasi di Santa Teresa d’Avila, capolavoro berniniano. L’associazione all’elemento “fuoco” viene dal dardo infuocato con cui l’angelo colpisce la santa sotto l’effetto di una crisi mistica.

Un’opera volutamente ambigua, in cui la santa sembrerebbe piuttosto in preda ad una voluttuosa passione. Ancor più suggestiva la cappella che ospita l’opera, una sofisticata scenografia teatrale segnata da delicati giochi di luce e contornata da finti palchetti da cui sporgono i rappresentanti della famiglia Cornaro a cui la cappella è dedicata. Questa, più di ogni altra opera berniniana, ci illustra sapientemente il gusto teatrale dello stile barocco, quel fascino per il “meraviglioso” che tanto caratterizza molti luoghi della Roma seicentesca.

In questo terzo altare, l’assassinio sarà particolarmente feroce appiccando un incendio all’interno della chiesa. Scampato miracolosamente alla scena del delitto, l’indistruttibile protagonista si troverà ora di fronte al quarto enigma, il quarto altare della scienza simboleggiato dall’elemento “acqua”. Anche questa volta è proprio l’angelo dell’estasi di Santa Teresa ad indicare la direzione. Il braccio dell’angelo è rivolto infatti verso una direzione ben precisa, un luogo ancora una volta dominato dalla scenografia di un altro capolavoro berniniano, una piazza in cui l’acqua assurge a funzione di vera protagonista. La direzione indicata dalla statua ci porta a piazza Navona, sede dell’antico circo di Domiziano sui cui resti poggiano gli edifici odierni e al cui centro si trova il monumento per eccellenza dedicato all’acqua: la Fontana dei Quattro Fiumi.

Quale miglior luogo per indicare il quarto altare della scienza associato all’elemento “acqua”. Quarto altare, quarto assassinio – l’ultimo, almeno, tra quelli premeditati – e non poteva mancare il quarto indizio che porterà il protagonista alla “chiesa” dell’illuminazione, tappa finale del percorso che, guarda caso, viene indicata anche stavolta dalla direzione verso cui guarda la colomba col ramoscello d’olivo – figura inclusa nello stemma araldico dei Pamphili nonché simbolo pagano dell’angelo della pace – posta in cima all’obelisco sovrastante la Fontana. Il tragitto da qui all’ultima tappa del percorso è breve ma lasciamo a più pazienti lettori il seguito di questo straordinario quanto estroso percorso romano. Da notare, però, che la direzione indicata dalla colomba è tutt’altra rispetto a quello che l’autore del volume ci vuole far credere…. una “licenza letteraria” che perdoneremo al caro Dan Brown.

Tra riferimenti storico-artistici più o meno reali, a volte puntualissimi e a volte fittizi, il fascinoso percorso si snoda attraverso alcuni luoghi-chiave di una delle stagioni artistiche più ricche di Roma, grazie soprattutto al mecenatismo papale. Ma quello suggerito dalla fantasia di Dan Brown, è solo uno degli innumerevoli percorsi insoliti che questa città, intrisa di storia e di arte come poche altre, può offrire. I misteri che essa cela sono ancora molti, basta essere accorti e saper leggere, tra le righe, le tracce lasciate su un monumento, una statua, una piazza e lasciare alla fantasia fare il suo corso….[2]

IL SANTO GRAAL E LA FIGURA EMBLEMATICA DI MARIA MADDALENA

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Alcuni best seller internazionali come Il Codice Da Vinci hanno riportato di recente alla luce una questione che la storia sembrava aver inghiottito definitivamente col finire del Medioevo: la leggenda del Santo Graal. Gli autori di questi libri, sfruttando la consistenza simbolica del Graal, pretenderebbero di rimettere in discussione alcuni convinzioni fondamentali sui quali per molto tempo si è basata la civiltà occidentale.

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Cosa si nasconde dietro questo riemergere di una questione che sembrava per lo più costituire un fenomeno letterario relegabile al Medioevo? Quanto c’è di vero e quanto sono affidabili le teorie esposte in questi best seller? Come abbiamo precedentemente visto nel romanzo di Chretièn de Troyes il Graal è un vassoio o una coppa, ma come si è arrivati ad affermare che il Graal sarebbe il sangue reale, derivato dall’unione di Cristo con al Maddalena?

La storia del tesoro difficile da ottenere e della liberazione di un magico incantesimo si intreccia con una leggenda cristiana, poiché in alcuni testi il tesoro da cercare è proprio il calice nel quale Giuseppe D’Arimatea raccolse il sangue di Cristo crocefisso, quello stesso calice che Gesù avrebbe utilizzato nell’ultima cena.

Le origini della leggenda risalgono al poeta francese che compose la sua opera nel 1180. Da un punto di vista storico i testi relativi al Graal fanno quasi pensare a una corrente sotterranea affiorata in un dato momento, ma subito ritrattasi e resasi nuovamente invisibile, quasi come se si fosse avvertito un ostacolo o un pericolo ben preciso. Tali testi si affollano in un breve periodo: nessuno di essi è anteriore all’ultimo quarto del XII secolo e nessuno posteriore al primo quarto del XIII secolo.

Questo periodo corrisponde all’apogeo della tradizione medievale. Dopo un periodo di intensa popolarità dei romanzi e dei poemi del Graal fa seguito un altrettanto singolare oblio: nel corso del XIII secolo, quasi obbedendo a una parola d’ordine, in Europa si cessa di scrivere del Graal. Soltanto nel XIX secolo si riscontrano cenni di risveglio nell’interesse sul tema. Ma la vera scossa che ha riacceso nel periodo più recente l’interesse sul tema provocando polemiche infuocate è costituita da due best seller internazionali: Il Codice Da Vinci di Dan Brown e Il Santo Graal di Baigent, Leigh, Lincoln. In realtà anche una terza opera di rilievo, Il mistero del Sacro Graal di G. Hancock, ha occupato una posizione di primo piano sul campo.

Ma il vero protagonista dell’attuale scenario è senza dubbio il romanzo di Dan Brown; a causa dei suoi contenuti provocatori si sono aperte sui vari fronti roventi polemiche che hanno coinvolto non solo ordini religiosi e chiesa cattolica, ma anche – a causa di un ipotizzato plagio – gli stessi Baigent, Leigh e Lincoln.

La teoria di Baigent, Leigh e Lincoln e Dan Brown riguardo il Santo Graal dice che esso sarebbe il sang real, ossia il sangue reale della ipotizzata una discendenza derivata dall’unione di Gesù con la Maddalena.

Dan Brown ne Il Codice Da Vinci parla del Santo Graal in alcuni capitoli. Nel capitolo 55 del romanzo leggiamo: “… quasi tutto ciò che i nostri padri ci hanno insegnato a proposito di Cristo è falso. Esattamente come le storie del Santo Graal …. Sia la Bibbia sia le solite leggende sul Graal celebrano questo momento come la comparsa del Graal (riferendosi al dipinto di Leonardo da Vinci che appare nel film “l’ultima cena”) … il Santo Graal non è una cosa. In realtà è ….. una persona.”[1]

La teoria centrale de Il Codice Da Vinci è espressa nel capitolo 58 del libro, dove si parla del presunto matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena: “Sposandosi con una donna dell’importante Casa di Beniamino, Gesù fondeva due discendenze reali ….” Sophie sentì drizzarsi i capelli. ‘Ma come si è potuto nascondere per tanti. secoli un segreto così importante?’ ‘Buon Dio!’ esclamò Teabing. ‘E’ stato tutt’altro che un segreto! La discendenza reale di Gesù è la fonte della leggenda più duratura che esista, il Santo Graal. La storia di Maria Maddalena è stata gridata dai tetti, per secoli, in tutte le lingue e in ogni genere di metafora …[2]’ ‘E i documenti del Sangreal?’ chiese Sophie. ‘Dovrebbero contenere la prova che Gesù ha avuto la discendenza reale?’ ‘Certo.’ ‘Perciò, l’intera leggenda del Santo Graal riguarda la discendenza reale?’ ‘Proprio alla lettera’ confermò Teabing. ‘Dalla parola Sangreal deriva San Greal, ovvero Santo Graal?… SANG REAL immediatamente Sophie comprese tutto. Sang Real significava, alla lettera, Sangue Reale”.

Come è noto, Dan Brown ha ripreso copiosamente questa storia dagli anglosassoni Baigent – Leigh – Lincoln, che l’hanno espressa nel loro libro Il Santo Graal. Sono nate molte controversie sulla veridicità di questa tesi. Secondo alcuni, i tre scrittori sfruttano l’affinità terminologica saintgréal/sangréal, che è assolutamente casuale e costituisce soltanto una sorta di gioco di parole sul quale non è certo possibile costruire una teoria di tale portata.

L’idea centrale delle opere Il Santo Graal e Il Codice Da Vinci è quindi quella del presunto matrimonio tra Gesù e Maria Maddalena. Da questa unione sarebbe sorta una discendenza che sarebbe segretamente sopravissuta nella storia fino ai giorni nostri; questa discendenza avrebbe realizzato diverse alleanze dinastiche, in particolare coi merovingi, e sarebbe riuscita a sopravvivere e  a mantenere la clandestinità per circa 200 anni.[3]

Tali credenze insite in questa versione della storia cristiana circolarono in tutta Europa durante l’Alto Medioevo e successivamente furono costrette a diffondersi clandestinamente a causa di crudeli torture messe in atto dall’Inquisizione. Ci sono prove del’esistenza della Chiesa alternativa, della “Chiesa del Santo Graal”, rinvenute attraverso testimonianze e simboli presenti in alcune rappresentazioni artistiche e letterarie europee, come pure negli stessi Vangeli del Nuovo Testamento.

Il Vangelo di Giovanni afferma senza lasciare spazio a dubbi che la donna che unse Gesù a Betania era Maria, sorella di Lazzaro. Il nome di Maria Maddalena non viene citato in relazione alla scena dell’unzione, ma è lei che figura nei Vangeli mentre accompagna Gesù sul Calvario e sta ai piedi della croce; secondo la tradizione della Chiesa di Roma, Maria di Betania e Maria Maddalena erano la stessa persona. Ma perché “la Maddalena” fu costretta a fuggire da Gerusalemme? E cosa ne fu della sacra discendenza che portava con sé? [4]

Vi sono prove che ipotizzano che la stirpe reale di Gesù e di Maria Maddalena abbia dato origine alla dinastia dei Merovingi e che il sangue reale circolò nelle vene di questi monarchi di Francia. Il nome Merovingio può essere suddiviso in due sillabe fonetiche da cui si ottengono due parole facilmente riconoscibili: mer e vin, Maria e la vite. In base a questa suddivisione il termine potrebbe quindi alludere alla “Vite di Maria”.

Lo stemma reale del re merovingio Clodoveo era l’iris. Il nome latino dell’iris è gladiolus, o “piccola spada”, e l’iris a tre foglie della casa reale francese è un simbolo maschile. Thomas Inman nella sua opera “Ancient Pagan and Modern Christian Symbolism”[5] svolge una lunga analisi sulla natura maschile del “fiore della luce”. Nel 1653 fu scoperta la tomba del re merovingio Childerico I; all’interno furono trovate trecento api d’oro. L’ape era uno dei simboli della famiglia reale dei Merovingi. Come è noto le colonie di api riconoscono l’ape femmina come regina e monarca e sono quindi colonie matriarcali. Molto probabilmente la decisione di mettere le api d’oro nella tomba fosse stata presa per comunicare che la discendenza reale della famiglia dei Merovingi dalla stirpe di Davide (da cui discende Gesù) era stata trasmessa per via materna da Maria Maddalena, la regina vedova, e sua figlia che, secondo la leggenda, era chiamata Sara.

Il nome Sara in aramaico significa “regina” o “principessa”. Secondo alcuni racconti sappiamo che essa era molto giovane, poco più che una bambina. E’ curioso che un ridente paesino della costa francese ogni anno si celebrava una festa in onore di una giovane ragazza bruna, chiamata Sara. In base alla leggenda la figlia di Gesù, nata dopo la fuga di Maria Maddalena ad Alessandria, avrebbe dovuto avere circa dodici anni al tempo del viaggio verso la Gallia. Lei, come i principi della stirpe di Davide è simbolicamente nera. E la Maddalena, in persona, era il Sangreal, nel senso che lei era il “calice” o la “coppa” che portò nel suo grembo il sangue reale.

MariaMaddalena

Secondo alcune teorie la discendenza reale di Israele è sopravvissuta alle persecuzione riaffiorando, in ultimo, nei Merovingi d’Europa e nelle casate a essi collegate, che mantennero segrete le loro genealogie per secoli. E’ dunque plausibile che la Prima Crociata (1098) sia stata un tentativo per ripristinare sul trono di Gerusalemme un erede della stirpe di Davide.

 


[1] D.Brown, Il codice da Vinci, Mondadori, Milano 2003, pp. 276.277

[2] Ivi, pp. 292-293

[3] Giuseppe Di Vico, Gesù, La Maddalena e Il Santo Graal, Firenze Atheneum, p. 227

[4] Margaret Starbird, Maria Maddalena e Il Santo Graal, Oscar Mondadori, p.53

[5] Thomas Inman,  Ancient Pagan and Modern Christian Symbolism, New York : J. W. Bouton