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LA MELA

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Fin dai tempi più remoti l’uomo ha attribuito un valore simbolico ai diversi frutti. La mela racchiude in sé vari significati molto complessi e coinvolgenti.

Nella Grecia antica la mela rappresentava la fecondità. Gli sposi infatti, durante la cerimonia, erano soliti compiere un gesto scaramantico: mangiare insieme una mela. Si pensava che questo gesto avrebbe favorito la fertilità di coppia.

Nella religione Cristiana il significato della mela si fa più controverso, con una sfumatura negativa, dato che nella Genesi la mela rappresenta l’elemento attraverso il quale l’uomo commette il peccato.

In Europa la mela del paradiso, ovvero dell’albero della conoscenza del bene e del male, è simbolo della tentazione e del peccato originale.

Nelle immagini raffiguranti il primo peccato originale della coppia primordiale, Adamo ed Eva, un serpente tiene tra le fauci la mela tentatrice, sebbene i testi parlino solo di “frutti”.

 MELA

 Immagini della natività mostrano il Bambin Gesù che afferra una mela; egli prende sensibilmente su di sé i peccati del mondo. Anche le mele che si appendono all’albero di Natale posso essere interpretate in modo analogo come auspicio di quel ritorno in paradiso, reso possibile dalla nascita di Cristo.

Ma, contrariamente a quanto si crede, il destino dell’umanità non fu legato ad una mela: infatti nel racconto biblico della Caduta la “mela” non è mai citata. Anzi, la Genesi non nomina mai il “frutto proibito”; né altrove nella Bibbia viene descritto quale frutto fu colpevolmente mangiato dai nostri progenitori nell’Eden. Anche per quanto riguarda il tipo di albero, nessuna specificazione; tranne quella relativa alle sue virtù: Albero della Conoscenza del Bene e del Male. [1]

Al posto della mela sono stati individuati, nel tempo, altri frutti che potrebbero rappresentare il “frutto proibito”. I fichi potrebbero essere gli indiziati più probabili, dal momento che proprio le foglie di fico furono utilizzate da Adamo ed Eva per realizzare quello che è stato definito il primo indumento della storia.

Ma allora perché la mela si è guadagnata, nella tradizione cristiana, questa pessima fama di frutto del peccato?

All’origine dello stretto legame tra la mela e il male c’è forse una erronea traduzione del termine malum. Per svariati secoli molti cristiani hanno utilizzato la lingua latina, e in latino malum può significare entrambe le cose: “male” e “mela”. Gli artisti del Medioevo, poi, dovendo raffigurare la prima donna che coglie il frutto proibito, considerarono la mela (rossa, tonda e succosa) perfetta per raffigurare il frutto della tentazione.

Ormai nell’immaginario collettivo la mela (o pomo) viene automaticamente associata al peccato di Adamo ed Eva. Tale associazione è ben radicata anche nella nostra tradizione linguistica: si pensi al “pomo d’Adamo” in anatomia. E non deve meravigliare il fatto che perfino un ottimo dizionario come lo Zingarelli possa tranquillamente affermare, riguardo il frutto proibito: “il pomo che, secondo la narrazione biblica, Adamo non doveva mangiare”.

Come si è già accennato, il sapore dolce e allettante della mela la portò ad essere associata alla seduzione del peccato, anche a causa della similitudine tra le parole latine malus e malum cioè cattivo, malvagio. Per questo motivo, nell’arte barocca, la morte è rappresentata con uno scheletro che tiene spesso in mano una mela: il prezzo del peccato originale è la morte.

In ambito profano la mela, per via della sua forma sferica, funge da simbolo cosmico, infatti in molti dipinti sia imperatori che re tengono in mano, oltre allo scettro, anche una mela regale che rappresenta il mondo. In epoca cristiana il suo posto fu preso dalla croce, e questa è la ragione per cui il simbolo astronomico della Terra è un cerchio con una croce sovrapposta.


[1] (cfr. Genesi 2,9.17; 3,6.22).

 

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L’ANELLO

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Per la sua forma senza inizio né fine l’anello è, da sempre, simbolo di eternità. Dal latino “anulus”, diminutivo di “anus”, derivano l’italiano anello, il francese anneau, lo spagnolo anillo; mentre nelle lingue germaniche (tedesco der ring, inglese ring) deriva da un antico termine alto tedesco hring.

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Fin dall’antichità quest’oggetto è presente nella storia dell’umanità e, ben presto, accentra intorno a sé molti significati simbolici, allacciandosi a motivi magico – rituali o iniziatici. Il cerchio vuoto è da un lato rappresentazione dell’infinito: in moltissime leggende antiche l’anello rende invisibile chi lo indossa.

Perché l’anello è considerato un oggetto magico? Il suo potere affonda negli antichissimi “culti dei fabbri”, in cui l’arte della metallurgia e dello sciamanesimo erano accomunati nel soggiogare le forze ignote del mondo.

Su questa base, già in epoca preclassica, si vedeva l’anello come garante del potere terreno di re e sacerdoti. In questa veste l’anello si legò, nella leggenda, a elementi “misterici” preesistenti, dando origine alle molte varianti dell’anello magico, elemento importantissimo delle narrazioni fantastiche dall’inizio della letteratura ai giorni nostri.

Il cerchio simboleggia la perfezione e l’immagine dell’autorità. Gli anelli vengono considerati come amuleti di potere, di forza, di divinità, di indipendenza e di sicurezza. Secondo la leggenda, possono anche essere talismani magici che donano, a coloro che li indossano, proprietà soprannaturali, tanto da diventare invisibili.

L’origine degli anelli magici è tutt’oggi sconosciuta. Gli antichi egizi e gli ebrei incidevano sugli anelli parole o frasi magiche. L’anello rappresenta anche la difesa, la protezione ed il controllo. In alcune antiche culture è stato riscontrato che l’anello possedeva la capacità di legare la connessione tra mente e corpo. L’anello è simbolo d’integrità, unità, e di vincolo (soprattutto del matrimonio). “Nella mitologia greca si narra come Zeus permise ad Eracle di liberare Prometeo  a condizione che quest’ultimo portasse un anello di ferro a cui era incastonato un frammento di roccia del Caucaso, al quale era incatenato, affinché si compisse simbolicamente il castigo imposto”[1].

Durante il Medioevo si incidevano anelli con formule magiche che venivano considerati come amuleti del popolo contro le malattie. Alcuni anelli erano ornati con pietre preziose: ad esempio i soldati nell’antichità portavano un anello ornato con un diaspro rosso, pietra associata al sangue, per evitare la morte e la perdita di sangue dovuta alle gravi ferite.

Presso gli antichi Romani portare un anello al dito era un diritto regolato dalla legge, ed un segno onorifico: lo Stato riconosceva questo diritto come ricompensa di imprese belliche. Con il passare del tempo divenne l’emblema di un ambasciatore, poi il sigillo di un potere politico ed infine di una classe sociale. Un po’ alla volta quest’oggetto divenne il simbolo della proprietà, soprattutto quando si iniziarono ad usare gli anelli a sigillo. Fu infine simbolo della ricchezza, della libertà, o semplicemente di un impegno preso, del quale si teneva a mostrare il segno. Con il tempo divenne poi un semplice ornamento. Queste abitudini vennero acquisite anche dalla Chiesa. Nel IX secolo l’anello era divenuto il segno dell’autorità episcopale. Nel XII secolo un anello matrimoniale era dato alle vergini cristiane nel giorno della loro consacrazione religiosa.

Solo dopo il XV secolo si parla dell’”anello piscatorio”, anello pontificale sempre spezzato alla morte del Papa, chiamato così perché rappresenta l’effige dell’apostolo Pietro mentre pesca con la rete.

ANELLO PISCA

L’anello con sigillo su cui sono incisi simboli, come l’anello indossato dal Pontefice, ha la facoltà di autenticare i documenti e giustificare le rivendicazioni di proprietà. In età medievale l’anello è simbolo del fidanzamento (nodo) e del matrimonio. Gli anelli spezzati simboleggiano le promesse rotte, il loro smarrimento, secondo la credenza popolare, annuncia una disgrazia. Ai moribondi l’anello veniva sfilato per facilitare il loro distacco con la vita terrena.

Grande importanza era attribuita durante l’alto medioevo agli anelli-gioiello, perché ad essi era legata una benedizione o una maledizione. G.A. Böckler nel 1688 scrive: “più volte nei blasoni si vedono anelli il cui significato è l’onore, la fedeltà e l’infinita fermezza. Quando un subalterno riceve un anello da un principe, ciò è segno di una grazia infinitamente grande; qualcosa di analogo riferisce Aristotele, secondo il quale i Cartaginesi conferivano ai loro ufficiali tanti anelli quante erano le vittorie che essi avevano conseguito sul nemico, il che quindi significa che anticamente l’anello doveva essere, com’è ancora, un segno di nobiltà”. [2]


[1] Cecilia Gatto Trocchi, Enciclopedia Illustrata dei Simboli, Gremese Editore, p. 38

[2] Böckler G.A., Ars Heraldica. Das ist: Hoch-edle Teutsche Adels-Kunst, Nürnberg 1688