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L’EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA: L’ALFABETO

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Le scritture cuneiforme e geroglifica erano caratterizzate da centinaia di simboli diversi, erano quindi scritture complesse da assimilare ma soprattutto da utilizzare. Proprio per questo motivo vi fu l’adozione di un sistema di scrittura puramente fonetico: l’alfabeto.

Si tratta del passaggio evolutivo più importante per la scrittura, un sistema di simboli dove i segni non fanno più riferimento all’oggetto che raffigurano ma corrispondono unicamente al suono.

Il primo alfabeto apparve intorno al 1.800 a.C. tra le popolazioni semitiche della Mesopotamia, luogo in cui, moltissimi anni addietro, era nata la scrittura cuneiforme.

L’alfabeto fenicio, nato intorno al 1.600 a.C., così come quello semitico, non era composto dalle vocali, ritenute estensioni sonore dei segni. Tutt’oggi esistono ancora alfabeti, come quello ebraico e quello arabo, che non contengono vocali. C’è poi l’alfabeto giapponese che utilizza degli ideogrammi dove ogni segno rappresenta una consonante associata ad un suono vocalico.

Oggi possiamo considerarla una cosa scontata, ma l’inserimento delle vocali nell’alfabeto fu un’intuizione geniale.

La derivazione dell’alfabeto greco da quello fenicio non può essere messa in dubbio sia per la forma delle lettere che per l’ordine con cui si presentano, praticamente identico nei due sistemi.

Gli stessi Greci ne erano consapevoli: Erodoto (484 a.C-424 a.C.) afferma che quando i fenici si insediarono in Grecia essi introdussero “molti e svariati insegnamenti, e fra questi le lettere dell’alfabeto, che prima non esistevano fra i Greci”. Erodoto aggiunge: “dapprima i Greci usarono le lettere di cui si servono tutti i Fenici; poi, col passare del tempo, insieme al suono, cambiarono anche la sequenza delle lettere, che furono appunto chiamate lettere fenicie”.[1]

La leggenda vuole che sia stato Cadmo, ero di Tebe, a importare l’alfabeto in Grecia dalla Fenicia nel 1519 a.C. In realtà, la chiarezza delle forme dei singoli caratteri riflette il grande sviluppo intellettuale raggiunto dai Greci, anche se, fra loro, la scrittura ha avuto detrattori celebri.

Platone (427-347 a.C.), nel Fedro, fa dire al suo maestro Socrate che la scrittura sarà la rovina della mente umana: “La scrittura non accresce né la sapienza né la memoria degli uomini”.[2]

Seppur sostenitore della superiorità dell’oralità rispetto alla scrittura, anche Platone ricorse ad essa e così, grazie alla scrittura, il suo pensiero è ancora oggi oggetto di studio e di riflessione.

Alberto Oliverio scrive:” In quei tempi lontani la scrittura era praticata da pochi eletti e non aveva ancora dischiuso le porte della psiche. La scrittura infatti rappresenta un importante punto di svolta nella storia della mente umana, una linea di confine che separa tra di loro il mondo delle percezioni, ciò che vediamo e ascoltiamo, diciamo e facciamo, dal mondo dei pensieri, delle intenzioni, dei desideri, vale a dire dalla sfera della mente. Anche se oggi non ce ne rendiamo conto, è infatti con la scrittura che si può esprimere ciò che non è immediato, dato che non ha a che vedere con il mondo fisico ma con le sue rappresentazioni mentali, ed è con la scrittura che si può aprire e analizzare uno spazio in cui si aggirano pensieri, desideri, intenzioni, uno spazio metaforico che Aristotele e Platone chiamarono “psiche” ma che oggi caratterizza la mente”.[3]

Si può evincere che la scrittura è la registrazione visibile dei suoni della lingua parlata, propria della comunicazione della specie umana. L’alfabeto è il risultato di un processo in cui si arriva ad avere una lettera per ogni suono enunciato e viceversa. Molti alfabeti, nel corso della storia, hanno conseguito questo modello, eccetto alcuni molto antichi come il Sanscrito o altri moderni come il Finlandese.

Oggi nel mondo troviamo alcune importanti scritture che non utilizzano l’alfabeto come il cinese, nel quale vengono impiegati centinaia di simboli per esprimere una parola o un concetto, o il giapponese in cui ogni ideogramma rappresenta una sillaba. In alcune lingue contemporanee come l’inglese o il francese la lingua scritta si è distaccata dalla pronuncia moderna, creando così lettere mute.

Come afferma Walter J. Ong: “nelle culture orali la conoscenza non si possiede ma solo si trasmette, senza la scrittura la conoscenza è diffusa non come un insieme di idee astratte o come bit isolati di informazione, ma come un insieme di concetti radicati profondamente nel linguaggio e nella cultura dei popoli”.[4]

Fin dai tempi più antichi l’evoluzione della scrittura attraversa tre diverse fasi: in un primo momento viene ritenuta come uno elemento magico e ignoto. Successivamente la scrittura inizia ad essere impiegata per i commerci e così si tramanda dai sacerdoti agli artigiani. Infine questo strumento si diffonde tra la maggior parte della popolazione.

La scrittura, ampliatasi in tutte le comunità della popolazione, pian piano si semplifica per scopi pratici, quando diventa fondamentale per catalogare le entrate o uscite dei beni nei templi o utilizzata nei documenti amministrativi in Egitto.

Non è solo la scrittura a subire dei cambiamenti, ma anche la base su cui si scrive viene adattata alle situazioni e ai luoghi. Si passa dalla scrittura su pietra, che va di pari passo a quella incisa a cuneo sull’argilla fresca, al papiro dalla pergamena animale alla cera d’api.

In Grecia, inizialmente, si praticava la scrittura su pietra o su terracotta. Nell’ambito commerciale o a scuola si usavano invece le tavole di cera. I Sumeri adoperavano le tavolette di argilla fresche poi essiccate al sole, gli Egizi il papiro ma è solo con l’invenzione della pergamena nel 200 a.C. e successivamente della carta nel 105 d.C. che la scrittura si semplifica ulteriormente.

Sin da quando i Greci perfezionarono l’alfabeto, dandogli la forma che praticamente ha oggi, e i Romani lo adattarono al latino, la scrittura divenne rapidamente la base dell’insegnamento elementare e superiore in tutta Europa. Più in generale, essa è stata acclamata come uno dei maggiori progressi tecnologici mai compiuti nella storia umana.

“A suo modo più importante della scoperta del fuoco o della ruota” afferma Diringer[5].

“Più importante di tutte le battaglie mai combattute” secondo Breasted[6].

Nella sua Breve storia del mondo H.G. Wells riassume l’importanza della scrittura per l’umanità con le seguenti parole: “essa perpetuò accordi, leggi, decreti. Rese l’accrescimenti degli stati maggiore di quel che era stato possibile alle antiche città-stato. Rese possibile una consapevolezza storica continua. I comandi del sacerdote o del re e il loro sigillo poterono giungere molto oltre la loro vista e la loro voce, e poterono sopravvivere alla loro morte”.[7]

“Scrivere è una realizzazione individuale, materializzazione unica della personalità che lascia trasparire senza dubbio gli aspetti più intimi dello psichismo umano, quello che gli psicologi cercano nelle parole o nei sogni e che i grafologi dicono di trovare nell’analisi del grafismo”.[8]

La rivoluzione della scrittura fu la prima delle grandi rivoluzioni nella storia della comunicazione umana. La successiva giunse migliaia di anni dopo, con l’avvento della stampa, seguita a brevissima distanza dallo sviluppo del telegrafo e del telefono. Ma la scrittura è stata la tecnologia di comunicazione più avanzata al mondo dal quarto millennio a.C. fino al XV secolo.

Wells indica le ragioni di tale primato: la scrittura liberò la comunicazione umana dai limiti imposti dalla labilità della parola e consentì di fare a meno della presenza di un parlante; rese la comunicazione verbale indipendente dall’individuo emittente, fornendo un testo autonomo che poteva assicurare la trasmissione nel tempo e nello spazio.[9]

“Ma sopra tutto le invenzioni stupende, quale eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovare modo di comunicare i suoi più reconditi a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e tempo?”. [10]


[1] Erodoto, Le Storie, Libro V, La rivolta della Ionia, a cura di G. Nenci, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 1994, pp. 65-67

[2] Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, Milano 2000, p. 579

[3] A. Oliverio, La mente – Istruzioni per l’uso, Rizzoli, Milano 2001, p.7

[4] Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino 1986

[5] D. Diringer, Writing, London, 1961, p.19

[6] J.H. Breasted, The conquest of civilization, New York, 1926, p.54

[7] H.G. Wells, Breve storia del mondo, Firenze, Sansoni, 1960, pp. 56-57

[8] G. Serratrice, M. Habib, L’écriture et le cerveau. Mécanisme neurophysiologiques, Masson, Paris 1993, Introduzione p.1

[9] H.G. Wells, Breve storia del mondo, Firenze, Sansoni, 1960

[10] Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano, Firenze 1632 (I giornata VII, 126-131)

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LA SCRITTURA GEROGLIFICA

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Il nome della scrittura geroglifica degli Egizi deriva dal greco ἱερογλυφικός e deve la sua origine alla credenza che questo tipo di scrittura fosse usato principalmente dagli Egizi per fini sacri, ἱερός significa “sacro” e il verbo γλύφω  significa “incidere”.

L’origine della scrittura geroglifica fu concomitante a quella cuneiforme anche se mantenne, a differenza di quella cuneiforme, una raffigurazione pittorica dei simboli. Questo principalmente perché gli Egizi usavano come base per scrivere il papiro e non l’argilla.

Durante il suo sviluppo, la scrittura geroglifica venne leggermente influenzata da quella sumerica, ma la sua evoluzione avvenne in modo del tutto originale. I simboli utilizzati erano propri del mondo egizio e, al contrario della scrittura sumerica, quella egizia venne ben presto usata per scrivere.

La forma della scrittura geroglifica, usata principalmente per essere esposta pubblicamente, non era la scrittura della vita quotidiana. Per questo motivo gli Egizi svilupparono due forme di scritture, la ieratica e la demotica[1]. Così come i Sumeri, anche loro utilizzavano segni che stavano a significare oggetti (pittogrammi) ed altri che indicavano suoni (fonogrammi).

Fin dal principio gli Egizi collocavano delle lettere, ovviamente diverse dalle nostre, e le utilizzavano correttamente in combinazione con gli altri caratteri. Essi avrebbe potuto utilizzare da subito un tipo di scrittura alfabetica ma decisero di non rinunciare a quella vasta gamma di geroglifici di cui disponevano.

Ogni parola della scrittura egizia era composta da tre diverse parti: i fonogrammi o segni fonetici che indicavano la corretta pronuncia, il pittogramma che raffigurava l’oggetto in questione, ed infine il determinativo che suggeriva l’argomento trattato. La scrittura geroglifica era quindi una scrittura mista.

Questo tipo di scrittura venne utilizzato da questo sorprendente popolo per quasi 4.000 anni.

La scrittura geroglifica, rimase per lunghi secoli indecifrata e quasi simbolicamente ignota. La svolta ci fu nel 1799 quando a Rosetta, (l’odierna Rashid) nel delta del Nilo, venne rinvenuta una stele trilingue, con lo stesso testo tradotto in tre differenti grafie: greco, demotico e geroglifico. Poiché il greco era allora conosciuto fu grazie a questa stele e al vigoroso lavoro dell’archeologo e egittologo francese Jean-François Champollion che si poté finalmente giungere, nel 1822, ad una prima decifrazione di un testo geroglifico.


[1] Ignace J. Gelb, Teoria generale e storia della scrittura, 1993

I PRIMI SEGNI

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Agli inizi, il messaggio delle incisioni nelle caverne era comprensibile a tutti. I graffiti, o pittogrammi, potevano essere decifrati da qualsiasi individuo. Questa scrittura nascente si limitava a descrivere, o meglio, rappresentare un evento. I pittogrammi erano in grado di trasmettere solo concetti elementari come l’uccisione di una preda, quanti cacciatori avevano partecipato alla spedizione o quali animali erano stati catturati. Ma non si poteva dedurre quanto tempo avevano atteso i cacciatori prima dell’agguato o a quale distanza si trovava la caverna dal territorio di caccia.

Le immagini della scrittura pittografica, che potevano essere comprese da chiunque, preannunciano lo sviluppo del linguaggio. La differenza tra le lingue e le rappresentazioni grafiche è che quest’ultime sono basate su un “linguaggio” universale, ossia un’immagine di un animale era comprensibile a tutti, mentre le lingue orali no. La capacità di produrre parole per comunicare si sviluppò dalla capacità di trasformare le immagini, e quindi i simboli, in parole.

Si passa gradualmente dalla descrizione di oggetti alla comunicazione di concetti cognitivi, siamo alle origini della successiva divulgazione di idee attraverso suoni: l’alfabeto. Dai pittogrammi dell’era glaciale si sviluppò la scrittura ideografica, che nacque in Cina intorno al 2500 a.C.

L’ideogramma è un disegno molto stilizzato, corrispondente ad una parola, ma per poter rendere tutti gli elementi di una lingua occorrono numerosi segni, tanti quante sono le parole esistenti. Si intuisce subito che questo è sistema molto complesso da utilizzare e difficile da apprendere.

Il manifestarsi della necessità di una scrittura giunge quasi contemporaneamente dall’Oriente dal momento che molti dei documenti più antichi sono stati scritti dai Sumeri, Egizi e Accadi. « Le prime testimonianze scritte risalenti alla fine del IV millennio sono una forma mista di ideogrammi ed elementi fonetici e comprovano già una forma superiore della scrittura che deve essere stata preceduta da una scrittura puramente ideografica ».[1]

I pittogrammi sono stati indubbiamente all’origine di tutte le scritture. L’analisi dei vari percorsi che hanno condotto una lingua verso una sua rappresentazione grafica ci ha consentito di individuare due categorie principali: scritture figurative e scritture alfabetiche. La prima tipologia include tutte quelle scritture che non hanno subito variazioni significative nel tempo, ma che anzi hanno conservato gli antichi pittogrammi, anche se stilizzati, nel corso dei secoli. Una prova ne è la scrittura cinese. Nella seconda categoria, invece, troviamo tutte quelle scritture i cui segni si sono modificati fino ad arrivare a segni unicamente fonetici, le cui linee si sono sempre più trasformate e modificate nel tempo fino ad arrivare all’alfabeto latino.


[1] Károly Földes-Papp, Dai graffiti all’alfabeto: la storia della scrittura, Jaca Book, 1985