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I SIMBOLI NELL’INTERPRETAZIONE CONSECUTIVA

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Nell’interpretazione consecutiva, ancora oggi considerata la realizzazione più compiuta, completa e complessa del processo di trasposizione di un testo orale o discorso da una lingua di partenza ad una lingua di arrivo, l’interprete restituisce, in un tempo unico o per segmenti discorsuali di durata variabile, un messaggio formulato da altri e ad altri diretto attraverso la presa di appunti.

L’interpretazione consecutiva è in primo luogo un processo mentale e in secondo luogo un’operazione interlinguistica; essa comprende poi la terza componente, la prise de note o annotazione grafica.

La lingua dell’annotazione è un codice di segni che consente di fissare su carta il ricordo, opportunamente organizzato, di quanto viene compreso e rielaborato semanticamente per poter riprodurre un discorso equivalente in lingua d’arrivo.

Sotto il punto di vista dello sviluppo morfologico del codice, il segno può essere visto da tre angolazioni diverse: la prima consiste in un approccio semantico al segno o simbolo, ossia come stabilire un’associazione coerente tra la forma e il contenuto, tra il significato e il significante. La seconda consiste in un approccio analitico al segno, ovvero come stabilire la relazione tra forma e funzione, come differenziare e dare valore alle informazioni principali piuttosto che a quelle secondarie. La terza angolazione è un approccio procedurale al segno per gestire gli aspetti di natura sintattica, ovvero come ordinare il segno sul foglio in modo da preservare e riflettere fedelmente l’intenzione comunicativa del parlante.

Nel passaggio dal livello linguistico a quello grafico l’interprete può formare il proprio codice di segni sulla base di elementi che riflettono le possibili relazioni tra significato e significante. Charles Sanders Peirce, uno dei fautori dello sviluppo della semiotica (la scienza o più semplicemente lo studio dei segni) distingue tre tipi di segni: icona, indice e simbolo.

L’icona è un segno che assomiglia al significato, è caratterizzata quindi da un rapporto di somiglianza tra il segno e la realtà esterna. Per esempio una pressa

può significare “stampa” o “giornali”, una sedia può      rappresentare “presidente” o “governo”.

L’indice è un segno caratterizzato da un rapporto di continuità con la realtà esterna, è quindi in qualche modo connesso al significato. Ad esempio il “fumo” significa “fuoco” o il simbolo della ciminiera fumante      può indicare “fabbrica” “industria”.

Il simbolo è un segno che non assomiglia al significato ma che è arbitrario o puramente convenzionale. Ad esempio il simbolo della bilancia    che simboleggia la giustizia.

Questi tre tipi di segni possono sovrapporsi, nel senso che un segno può essere sia icona che simbolo e/o indice. [1]

Se ci si pensa, la maggior parte della comunicazione avviene senza aprir bocca, la cosiddetta comunicazione non verbale di cui ho parlato a inizio capitolo. Il nostro mondo, sia presente che passato, è carico di oggetti, simboli e segni che rappresentano per noi significati ormai radicati nella nostra mente.

Molti sono i simboli convenzionali usati nell’interpretazione consecutiva.

 

Ci sono segni standardizzati che vengono utilizzati dalla maggior parte degli interpreti, come abbiamo visto prima con il simbolo della bilancia per la giustizia.

 

Bisogna sottolineare, però, che l’interpretazione consecutiva non si apprende accumulando sistematicamente un variegato arsenale di segni, simboli, ideogrammi, abbreviazioni o contrazioni. L’essenza più autentica di quest’arte risiede altrove, ossia, il che è del resto vero per l’interpretazione in generale, in uno spazio mentale, nell’ascolto-comprensione del discorso originale, nell’approvazione ottimale di quest’ultimo sul piano cognitivo e linguistico e nella sua restituzione quanto più possibile completa, corretta e adeguata in lingua di arrivo.[2]

 

Ho voluto dedicare l’ultimo paragrafo della mia tesi ad analizzare questo particolare settore del lavoro dell’interprete proprio perché io stessa sono una studentessa di questa specifica materia, nonché un’appassionata della professione di interprete che giudico estremamente affascinante, anche se molto impegnativa e faticosa.

La comunicazione è uno degli aspetti fondamentali che contraddistingue l’essere umano da qualsiasi altro essere vivente su questo pianeta, e, a parer mio, rendere possibile la comunicazione tra individui differenti tra loro per motivi linguistici o culturali è un qualcosa di semplicemente straordinario.

 

 

 

 


[1] Claudia Monacelli, Messaggi in codice: analisi del discorso e strategie per prendere appunti, Manuali FrancoAngeli

[2] Cateria Falbo, Mariachiara Russo, Francesco Straniero Sergio, Interpretazione simultanea e consecutiva: problemi teorici e metodologie didattiche, Hoepli Editore

LA SOCIETA’ MODERNA E L’APPROPRIAZIONE INDEBITA DI SIMBOLI

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Esistono due forme espressive di linguaggio: linguaggio diretto e linguaggio indiretto. Nel linguaggio diretto prevale l’uso della parola e si ha dunque un’immediata comprensibilità. Il linguaggio indiretto, invece, è espressivamente più ricco, ma anche più controverso e quindi fraintendibile. Entrambi sono molto importanti, poiché sono forme di comunicazione complementari. Il linguaggio indiretto, in particolare, non esprime un solo significato, ma al suo interno ne comprende molti, e comporta un’interpretazione delle metafore e dei simboli di cui è composto. Infatti, il simbolo è un artefatto comunicativo, ed è considerato non per quello che è di per sé, ma per quello che è in grado di rappresentare.

Oggi i segnali non verbali sono una forma di comunicazione alternativa, fungono da sostegno al messaggio diretto. Le movenze di una persona, il modo di gesticolare, l’intonazione della voce, ed altri fattori risultano avere una grande importanza. La costruzione del discorso, i colori e i suoni, contribuiscono a rendere il messaggio più agevolmente percepibile. L’originalità , lo stile, la logica dell’argomento persuasivo e la pertinenza sono fra i fondamentali “strumenti” di persuasione legati all’oratoria. Infine, hanno un grande rilievo, sempre parlando di persuasione, la semplicità, la brevità concisa ma efficace, del messaggio stesso. Ad esempio gli slogan pubblicitari, gli aforismi, le sentenze sono costituiti da frasi ricche d’idee e soprattutto sintetiche, orecchiabili e coinvolgenti, destinate a rimanere impresse nella mente, e, quindi, a persuadere la persona al quale sono rivolti.[1]

In una delle scene iniziali de “Il Codice Da Vinci”, quando entra in scena il protagonista professor Robert Langdon, risulta immediatamente comprensibile quanto il simbolismo sia un elemento trainante della storia, quanto un simbolo, una colomba piuttosto che una croce uncinata, assuma un valore che va oltre la sua concezione fino a rappresentare ideali astratti come la pace o un progetto politico.

La società di oggi purtroppo va ad una velocità tale che spesso si fa fatica a riconoscere e caratterizzare i vari simboli che ci scorrono davanti ed è molto facile cadere in errore. La svastica o croce uncinata, ad esempio, che come abbiamo già visto fu adottata dal Terzo Reich durante i terribili anni della seconda guerra mondiale: per molti rappresenta la tristezza e il buio che caratterizzò quel periodo dominato da Hitler ma, in realtà, è un simbolo di prosperità e fortuna, adottato da alcune civiltà antiche tra cui i Greci. In questo caso è avvenuta una vera e propria appropriazione indebita di un simbolo e una modificazione criminale del significato storico dello stesso per piegarlo ad un ideale sicuramente meno nobile.

Nella società odierna ci sono numerosi di questi esempi, anche se meno drammatici, alcuni casuali, altri voluti, altri ancora erroneamente associati a un qualcosa cui in realtà sono lontani anni luce.[2]

COMUNICARE SENZA PAROLE

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Cosa significa comunicare?

Il verbo comunicare deriva dal latino communico cioè “condivido” ed è un atto sociale e reciproco, mediato dall’uso di simboli che hanno un particolare significato tra individui e gruppi diversi.

Parlando di comunicazione viene naturale fare riferimento al linguaggio, esso infatti è caratteristica che differenzia l’uomo dagli altri esseri viventi.

Esistono numerose definizioni del linguaggio, ma è desumibile che esso è un insieme di elementi di natura simbolica i quali, giustamente associati, forniscono una riproduzione della realtà. L’insieme di queste rappresentazioni costituisce poi le basi esperienziali di ciascun individuo ed è proprio sulla base di queste che interagiamo con l’ambiente. Ad esempio se pensiamo alla parola “sole” ci viene in mente immediatamente il calore, l’estate, ecc.

Nel corso dell’evoluzione, come già abbiamo visto nel primo capitolo, l’essere umano ha sviluppato un’ampia gamma di sistemi utili per inviare messaggi. Alcuni di questi impiegano meccanismi relativamente poco complessi, altri, al contrario risultano essere estremamente ricercati. Comunicare non significa quindi solo parlare; la comunicazione umana infatti è caratterizzata da molto di più delle semplici parole. Esistono infatti diversi sistemi di comunicazione alternativa.

Tra questi possiamo includere quelle forme che usiamo spontaneamente e che costituiscono la cosiddetta comunicazione non verbale.

LA BANCONOTA DEL DOLLARO

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E’ la banconota più comune e più potente al mondo: sul fronte reca l’effige di George Washington con ai lati due simboli, a sinistra quello della “Riserva Federale di Chicago”, a destra quello del “Dipartimento del tesoro” con una data: 1789, la data della rivoluzione francese in cui la massoneria ha avuto un forte ruolo.

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Questa banconota è piena di simboli massonici: scudo, bilancia, chiave e 13 punti; sul retro della banconota troviamo due cerchi: dentro quello di destra un’aquila, simbolo degli Stati Uniti d’America, in quello di sinistra invece una piramide con al vertice un occhio. L’aquila tiene nel becco un nastro con la scritta latina “e pluribus unum” che letteralmente significa “Da molti, uno”; nell’altro cerchio, in alto sopra la piramide, c’è la scritta “annuit coeptis” che significa “approva le cose iniziate”, in basso la scritta “Novus ordo seclorum”, l’ultima parola è stata scritta nella forma contratta: “seclorum”, invece di “secolorum”. In questo modo la frase risulta composta da 17 caratteri invece di 18; il 17° arcano dei tarocchi è “la stella” e indica “la realizzazione”, come dire “Nuovo Ordine Mondiale”. Infine il numero 13, un numero che, nella banconota da un dollaro, si ripete in continuazione.

Ufficialmente si ritiene che il 13 sia riferito al numero iniziale degli stati che componevano la federazione, ma il 13 ha molti significati occulti, tra cui quello del “perdurare”, del “volo che resiste per l’eternità” e, per i Rosacroce, è il simbolo del percorso iniziatico: 13 sono le frecce che l’aquila tiene nella zampa destra; 13 sono i caratteri delle scritte “e pluribus unum” e “annuit coeptis”; 13 sono le strisce dello scudo e i gradini della piramide; infine, sopra la testa dell’aquila, ci sono 13 stelle che, unite, formano la stella a sei punte, ovvero, il “Sigillo di Re Salomone”. [1]

 

Insomma Washington ha rappresentato e rappresenta certamente uno dei centri di potere mondiale. Se la sua pianta, la sua mappa, è stata costruita e progettata come un talismano, questo sembra abbia funzionato.

 

LA STORIA DELLA CITTA’ DI WASHINGTON

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Nel 1789 la giovane nazione americana appena instauratasi decide di costruire una grande capitale federale in Virginia, il progetto iniziale è di Pierre Jean L’Enfant poi affiancato da altri.

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Nato a Parigi, L’Enfant era entrato nell’esercito rivoluzionario americano di cui condivideva gli ideali repubblicani. Qui aveva conosciuto George Washington del quale era divenuto amico e fratello massone.

L’Enfant presenta un progetto faraonico, se si pensa che la capitale è progettata per uno stato di 500 milioni di abitanti, all’epoca ce n’erano solo quattro in tutto il Paese e oggi ve ne sono all’incirca 300 milioni. Un progetto in cui i riferimenti agli antichi riti egizi sono ovunque.

Sono molti gli indizi che fanno pensare che la città sia stata costruita sulle basi di una mappa occulta. Le vie della città sono tutte parallele le une alle altre sia in orizzontale che in verticale, quindi si formano degli angoli di 90°, poi ci sono altre strade, invece, che tagliano in diagonale l’intera mappa. C’è chi dice che questo è stato fatto per rendere più vivibile la città, altri invece affermano che questo particolare disegno delle strade formi dei simboli.

Uno schema simile alla mappa della città di Washington si ritrova anche nelle piante di Londra e Parigi, secondo alcuni studiosi l’intento dei progettisti, tutti appartenenti alla massoneria, era di ricreare sulla terra quella che nella tradizione massonica è la città ideale, ovvero la Gerusalemme celeste.

Il disegno del progetto di L’Enfant è perfettamente sovrapponibile ad un altro disegno, l’albero della vita di tradizione ebraica. In questo disegno ci sono dei nodi importanti chiamati “sefirot”.

treeoflifegvSe sovrapponiamo le due mappe, in coincidenza con queste troveremo gli edifici più importanti della città. Alle singole “sefirot”, quindi, corrispondono punti ben precisi: alla prima “sefirah”, che significa “La Volontà Prima”, corrisponde il Lincoln Memorial; tra la quinta e l’ottava, rispettivamente “Giudizio” e “Gloria”, troviamo il Jefferson Memorial. Entrambe figure fondamentali nella storia degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori, è stato il terzo presidente e il principale autore della “Dichiarazione d’Indipendenza”. Abraham Lincoln, è unanimemente ritenuto una delle figure più importanti della nazione: fu il presidente che abolì la schiavitù. Tra la quarta e la settima “sefirah”, che significano rispettivamente “Misericordia” e “Vittoria”, troviamo la Casa Bianca; alla sesta “sefirah”, che significa “Principio Armonizzante” il Washington Monument; alla decima, “Il Regno”, il Campidoglio.

 

La città di Washington risponde perfettamente a un disegno massonico, è dunque una grande antologia di tutto il sapere tradizionale che lega la novità di una capitale tutta inventata, alla storia greco-romana e a quella degli egizi.

Washington ci sta rivelando delle simbologie occulte, così tante, così precise che non ci aspetteremo di trovare in una città moderna.

Stiamo per abbandonare l’ambito politico per entrare in quello economico, infatti anche la banconota da un dollaro vale la pena essere esaminata con attenzione. Ma prima dobbiamo analizzare un luogo decisamente particolare: la Casa Bianca.

LA GIOCONDA

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Chi di noi riesce a guardare il volto della Gioconda – l’opera d’arte più famosa al mondo – senza interrogarsi sul significato di quel misterioso sorriso?GIOCONDA

Capolavoro d’eccellenza di Leonardo, il dipinto noto come Monna Lisa presenta numerosi elementi già visti in altri ritratti precedenti alla prima decade del Cinquecento, fra cui l’ampio e serpeggiante paesaggio, la scelta della mezza figura vista di tre quarti, la posizione delle mani davanti il busto così come il sorriso appena accennato. La minuziosa resa dei dettagli, la delicata sovrapposizione di velature di luce, grazie alle quali prende vita quell’ambientazione atmosferica caratteristica, chiamata sfumato, fanno di questo dipinto un’opera del tutto eccezionale; ma ci sono due interrogativi che da sempre acuiscono il fascino del dipinto: chi è la donna ritratta e per quale motivo sorride?

 

Possiamo affermare che il primo interrogativo è ormai risolto. L’inventario del Salaì, allievo di Leonardo, si riferisce a questo ritratto come “La Gioconda”, letteralmente “donna sorridente”. A metà del Cinquecento Vasari lo definisce un ritratto della Monna Lisa, moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo (“monna” è un diminutivo usato a quel tempo per indicare “madonna” ossia signora) recentemente è stato scoperto un appunto ai margini di un’edizione delle Epistulae ad familiares di Cicerone scritto, nell’ottobre del 1503, dall’ufficiale fiorentino Agostino Vespucci, che conferma l’identità precisa della donna: si tratta di Lisa di Antonio Maria Gherardini.

 

Leggendo l’annotazione di Vespucci sorge l’interrogativo sul possibile completamento dello sfondo in una data più tarda, successiva al ritorno dell’artista a Milano. Lo scenario ha scarsa somiglianza con lo scenario toscano, presenta invece numerosi parallelismi con gli studi leonardeschi di picchi rocciosi alpini. A prima vista l’associazione tra la donna e il paesaggio alle sue spalle sembrerebbe alludere a un vincolo di carattere feudale tra la persona ritratta e la terra, ma un’analisi più approfondita suggerisce un legame più generico tra la figura femminile e la natura incontaminata.

L’identificazione certa della donna ritratta fa luce sul perché essa sorrida. Come nei dipinti di Ginevra de’ Benci e La Dama con l’ermellino, nell’immagine della Monna Lisa, in questo caso, l’enigmatico sorriso vuole evocare un gioco di parole intorno al nome della ritratta. Più velatamente, l’espressione è un indicatore della sua posizione sociale. Il sorriso ha un’aria familiare ma non esuberante. Attraverso questi dettagli il ritratto comunica un’impressione generale di naturalità, ma anche di modestia e grazia. Da una dama dell’aristocrazia o comunque legata al mondo della corte ci si aspetterebbe un atteggiamento differente e, in effetti, gli altri ritratti di Leonardo trasmettono un senso alquanto diverso.[1]

L’enigmatico sorriso ha alimentato numerose leggende, tra cui una di origine ottocentesca che vedrebbe nella donna una femme fatale con cui Leonardo avrebbe avuto una relazione. Il furto del dipinto nel 1911, le caricature dell’opera fatte da Marcel Duchamp e da altri artisti ma soprattutto l’uso ricorrente di questa immagine nella pubblicità moderna hanno contribuito ad accrescere la fama di questo dipinto misterioso.


[1] Rebecca Tucker, Paul Crenshaw, Paul Daverio, Simboli e Segreti:Leonardo, Rizzoli editore, p. 250

LEONARDO DA VINCI: IL MAESTRO

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Vi sono personaggi che nella coscienza comune non vengono considerati semidei perché la nostra cultura non comprende questo concetto, ma in compenso vengono definiti geni, un termine equivoco, utilizzato per definire i protagonisti umani “che hanno fatto storia”. In tal modo, non diversamente da quanto avveniva nell’antichità, la storia si popola di leggende e di miti. Uno di questi miti è Leonardo da Vinci: “luce del Rinascimento” o anche “genio tra i geni”, come viene ancora definito oggi nelle moderne enciclopedie, anche se da molto tempo è cominciata un’analisi critica della sua opera che ha portato a ridimensionare certe sue qualità, e nel contempo a d evidenziarne altre.

Tra il XVII e il XVIII secolo Leonardo da Vinci è stato al centro di innumerevoli controversie riguardanti la sua produzione artistica, spesso confusa con opere di discepoli minori o imitatori. Poi, nel corso dell’Ottocento, quando ebbe inizio l’analisi dei suoi manoscritti, si consolidò il mito del “genio di Leonardo”.

Nel pittore di Vinci si vede l’uomo onnisciente, il severo indagatore di segreti naturali, il precursore della scienza moderna, il pittore sublime e raffinato che ambiva ad elevarsi alle più alte vette dello spirito. Da qui presero vita certe credenze che vedono Leonardo come il divulgatore di segreti tenuti nascosti al volgo per secoli, o anche il “Grande Maestro” del fantomatico “Priorato di Sion”.[1]

Film, romanzi e articoli hanno contribuito a rendere ancor più popolare la vita e l’arte del maestro toscano, pretendendo di rivelare e d’interpretare i misteri nascosti all’interno delle sue opere. In effetti l’opera di Leonardo offre numerosi simboli e segreti da svelare; i suoi dipinti, i minuziosi disegni e la sua carriera artistica appaiono oggi difficili da capire tanto quanto lo erano ai suoi tempi, quando era ritenuto dai contemporanei una figura geniale ed enigmatica.

Leonardo incarna perfettamente le nuove idee e l’atteggiamento che hanno caratterizzato la cultura del Rinascimento nel Quattrocento e nel primo Cinquecento in quanto architetto, scultore, scienziato, inventore ma soprattutto pittore.

Oggi Leonardo è considerato il simbolo più tangibile del Rinascimento, cioè di quell’epoca in cui comincia a dissolversi l’antica concezione del mondo e a farsi strada una visione meccanicistica della natura che portò allo sviluppo della scienza sperimentale.


[1] Ernesto Solari, Gli arcani occultati di Leonardo, Saval editore, Bologna 1990

L’EVOLUZIONE DELLA SCRITTURA: L’ALFABETO

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Le scritture cuneiforme e geroglifica erano caratterizzate da centinaia di simboli diversi, erano quindi scritture complesse da assimilare ma soprattutto da utilizzare. Proprio per questo motivo vi fu l’adozione di un sistema di scrittura puramente fonetico: l’alfabeto.

Si tratta del passaggio evolutivo più importante per la scrittura, un sistema di simboli dove i segni non fanno più riferimento all’oggetto che raffigurano ma corrispondono unicamente al suono.

Il primo alfabeto apparve intorno al 1.800 a.C. tra le popolazioni semitiche della Mesopotamia, luogo in cui, moltissimi anni addietro, era nata la scrittura cuneiforme.

L’alfabeto fenicio, nato intorno al 1.600 a.C., così come quello semitico, non era composto dalle vocali, ritenute estensioni sonore dei segni. Tutt’oggi esistono ancora alfabeti, come quello ebraico e quello arabo, che non contengono vocali. C’è poi l’alfabeto giapponese che utilizza degli ideogrammi dove ogni segno rappresenta una consonante associata ad un suono vocalico.

Oggi possiamo considerarla una cosa scontata, ma l’inserimento delle vocali nell’alfabeto fu un’intuizione geniale.

La derivazione dell’alfabeto greco da quello fenicio non può essere messa in dubbio sia per la forma delle lettere che per l’ordine con cui si presentano, praticamente identico nei due sistemi.

Gli stessi Greci ne erano consapevoli: Erodoto (484 a.C-424 a.C.) afferma che quando i fenici si insediarono in Grecia essi introdussero “molti e svariati insegnamenti, e fra questi le lettere dell’alfabeto, che prima non esistevano fra i Greci”. Erodoto aggiunge: “dapprima i Greci usarono le lettere di cui si servono tutti i Fenici; poi, col passare del tempo, insieme al suono, cambiarono anche la sequenza delle lettere, che furono appunto chiamate lettere fenicie”.[1]

La leggenda vuole che sia stato Cadmo, ero di Tebe, a importare l’alfabeto in Grecia dalla Fenicia nel 1519 a.C. In realtà, la chiarezza delle forme dei singoli caratteri riflette il grande sviluppo intellettuale raggiunto dai Greci, anche se, fra loro, la scrittura ha avuto detrattori celebri.

Platone (427-347 a.C.), nel Fedro, fa dire al suo maestro Socrate che la scrittura sarà la rovina della mente umana: “La scrittura non accresce né la sapienza né la memoria degli uomini”.[2]

Seppur sostenitore della superiorità dell’oralità rispetto alla scrittura, anche Platone ricorse ad essa e così, grazie alla scrittura, il suo pensiero è ancora oggi oggetto di studio e di riflessione.

Alberto Oliverio scrive:” In quei tempi lontani la scrittura era praticata da pochi eletti e non aveva ancora dischiuso le porte della psiche. La scrittura infatti rappresenta un importante punto di svolta nella storia della mente umana, una linea di confine che separa tra di loro il mondo delle percezioni, ciò che vediamo e ascoltiamo, diciamo e facciamo, dal mondo dei pensieri, delle intenzioni, dei desideri, vale a dire dalla sfera della mente. Anche se oggi non ce ne rendiamo conto, è infatti con la scrittura che si può esprimere ciò che non è immediato, dato che non ha a che vedere con il mondo fisico ma con le sue rappresentazioni mentali, ed è con la scrittura che si può aprire e analizzare uno spazio in cui si aggirano pensieri, desideri, intenzioni, uno spazio metaforico che Aristotele e Platone chiamarono “psiche” ma che oggi caratterizza la mente”.[3]

Si può evincere che la scrittura è la registrazione visibile dei suoni della lingua parlata, propria della comunicazione della specie umana. L’alfabeto è il risultato di un processo in cui si arriva ad avere una lettera per ogni suono enunciato e viceversa. Molti alfabeti, nel corso della storia, hanno conseguito questo modello, eccetto alcuni molto antichi come il Sanscrito o altri moderni come il Finlandese.

Oggi nel mondo troviamo alcune importanti scritture che non utilizzano l’alfabeto come il cinese, nel quale vengono impiegati centinaia di simboli per esprimere una parola o un concetto, o il giapponese in cui ogni ideogramma rappresenta una sillaba. In alcune lingue contemporanee come l’inglese o il francese la lingua scritta si è distaccata dalla pronuncia moderna, creando così lettere mute.

Come afferma Walter J. Ong: “nelle culture orali la conoscenza non si possiede ma solo si trasmette, senza la scrittura la conoscenza è diffusa non come un insieme di idee astratte o come bit isolati di informazione, ma come un insieme di concetti radicati profondamente nel linguaggio e nella cultura dei popoli”.[4]

Fin dai tempi più antichi l’evoluzione della scrittura attraversa tre diverse fasi: in un primo momento viene ritenuta come uno elemento magico e ignoto. Successivamente la scrittura inizia ad essere impiegata per i commerci e così si tramanda dai sacerdoti agli artigiani. Infine questo strumento si diffonde tra la maggior parte della popolazione.

La scrittura, ampliatasi in tutte le comunità della popolazione, pian piano si semplifica per scopi pratici, quando diventa fondamentale per catalogare le entrate o uscite dei beni nei templi o utilizzata nei documenti amministrativi in Egitto.

Non è solo la scrittura a subire dei cambiamenti, ma anche la base su cui si scrive viene adattata alle situazioni e ai luoghi. Si passa dalla scrittura su pietra, che va di pari passo a quella incisa a cuneo sull’argilla fresca, al papiro dalla pergamena animale alla cera d’api.

In Grecia, inizialmente, si praticava la scrittura su pietra o su terracotta. Nell’ambito commerciale o a scuola si usavano invece le tavole di cera. I Sumeri adoperavano le tavolette di argilla fresche poi essiccate al sole, gli Egizi il papiro ma è solo con l’invenzione della pergamena nel 200 a.C. e successivamente della carta nel 105 d.C. che la scrittura si semplifica ulteriormente.

Sin da quando i Greci perfezionarono l’alfabeto, dandogli la forma che praticamente ha oggi, e i Romani lo adattarono al latino, la scrittura divenne rapidamente la base dell’insegnamento elementare e superiore in tutta Europa. Più in generale, essa è stata acclamata come uno dei maggiori progressi tecnologici mai compiuti nella storia umana.

“A suo modo più importante della scoperta del fuoco o della ruota” afferma Diringer[5].

“Più importante di tutte le battaglie mai combattute” secondo Breasted[6].

Nella sua Breve storia del mondo H.G. Wells riassume l’importanza della scrittura per l’umanità con le seguenti parole: “essa perpetuò accordi, leggi, decreti. Rese l’accrescimenti degli stati maggiore di quel che era stato possibile alle antiche città-stato. Rese possibile una consapevolezza storica continua. I comandi del sacerdote o del re e il loro sigillo poterono giungere molto oltre la loro vista e la loro voce, e poterono sopravvivere alla loro morte”.[7]

“Scrivere è una realizzazione individuale, materializzazione unica della personalità che lascia trasparire senza dubbio gli aspetti più intimi dello psichismo umano, quello che gli psicologi cercano nelle parole o nei sogni e che i grafologi dicono di trovare nell’analisi del grafismo”.[8]

La rivoluzione della scrittura fu la prima delle grandi rivoluzioni nella storia della comunicazione umana. La successiva giunse migliaia di anni dopo, con l’avvento della stampa, seguita a brevissima distanza dallo sviluppo del telegrafo e del telefono. Ma la scrittura è stata la tecnologia di comunicazione più avanzata al mondo dal quarto millennio a.C. fino al XV secolo.

Wells indica le ragioni di tale primato: la scrittura liberò la comunicazione umana dai limiti imposti dalla labilità della parola e consentì di fare a meno della presenza di un parlante; rese la comunicazione verbale indipendente dall’individuo emittente, fornendo un testo autonomo che poteva assicurare la trasmissione nel tempo e nello spazio.[9]

“Ma sopra tutto le invenzioni stupende, quale eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovare modo di comunicare i suoi più reconditi a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e tempo?”. [10]


[1] Erodoto, Le Storie, Libro V, La rivolta della Ionia, a cura di G. Nenci, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano 1994, pp. 65-67

[2] Platone, Tutti gli scritti, Bompiani, Milano 2000, p. 579

[3] A. Oliverio, La mente – Istruzioni per l’uso, Rizzoli, Milano 2001, p.7

[4] Walter J. Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino 1986

[5] D. Diringer, Writing, London, 1961, p.19

[6] J.H. Breasted, The conquest of civilization, New York, 1926, p.54

[7] H.G. Wells, Breve storia del mondo, Firenze, Sansoni, 1960, pp. 56-57

[8] G. Serratrice, M. Habib, L’écriture et le cerveau. Mécanisme neurophysiologiques, Masson, Paris 1993, Introduzione p.1

[9] H.G. Wells, Breve storia del mondo, Firenze, Sansoni, 1960

[10] Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano, Firenze 1632 (I giornata VII, 126-131)